Viterbo – “Il ricordo più bello di Cuba è il primo gennaio del 1959. Tutti quanti in strada a sostenere Castro e la rivoluzione. Era una grande speranza. Nessuno avrebbe più avuto problemi con i soldi, la salute e l’istruzione”. Tomasa Rivero Martiatu ha 76 anni. In Italia dal 2011. Vive a Viterbo. Ha conosciuto la dittatura di Batista e ha visto Hemingway a pochi passi da sé, così come, il primo gennaio, la rivoluzione sfilare davanti agli occhi con Fidel Castro in testa diretto all’Avana. A pochi chilometri di distanza da Matanzas dove è nata.
Viterbo – Tomasa Rivero Martiatu
Adesso “il popolo di Cuba vuole solo la libertà”. Yoel Castellini Herrera ha invece 44 anni. In Italia dal 2005. Sposato. Maestro di danza e coreografo. Abita a Bagnaia con la famiglia, ma lavora in tutto il mondo. “Non vogliamo medicine – prosegue – non vogliamo 5 chili di riso o 5 chili di fagioli. Queste cose non le vogliamo più. Siamo stanchi. Sono 62 anni che siamo buttati in tutte le parti nel mondo perché a Cuba non si può vivere”.
Tomasa Rivero Martiatu e Yoel Castellini Herrera stavano entrambi in piazza della Repubblica sabato mattina. A Viterbo. Con cartelli, musica e slogan. La seconda sparata da una macchina in un angolo all’imbocco con largo Marconi dove c’è un parcheggio. Protestavano tutti contro la situazione che va avanti a Cuba da diversi giorni. Con le persone scese in strada per chiedere migliori condizioni di vita. Nell’isola ormai manca tutto e il governo, già dai tempi dell’ultimo Castro, è al collasso. Una crisi diventata ormai non soltanto più politica ed economica, ma sociale e generazionale. Profonda. Ma che deve fare ancora pienamente i conti con una rivoluzione che in pochissimo tempo ha saputo dar vita anche a una narrazione a livello internazionale da cui sono sbucati fuori veri e propri miti, come Che Guevara e lo stesso Castro, oppure Camilo Cienfuegos, che hanno segnato l’immaginario di milioni di studenti e lavoratori in tutto il mondo, diventandone una bandiera sic et simpliciter, ultimamente, a tratti, condivisa pure a destra. Caratterizzando, inoltre e non da ultimo, l’identità di un intero popolo. Quello cubano. In bilico tra una rivoluzione, che ha significato anche indipendenza e dignità, e una “modernità” post castrista che rischia di precipitare di nuovo l’isola sotto l’ala protettiva degli States. Come ai tempi di Batista. Con l’emigrazione di Miami che chiede di nuovo a gran voce l’intervento militare di Biden. Come, invece, in tal caso, ai tempi di Kennedy e della Baia dei porci nel 1961.
Viterbo – La manifestazione di solidarietà per Cuba
Un’eredità, quella della mitologia castrista e guevarista, che ora i più giovani vivono con fastidio, rimproverandola pure agli stranieri. “Guevara e Castro – fa notare infatti Castellini Herrera – piacciono soltanto a voi che ve li siete raccontati un po’ come vi pare”. Un altro si avvicina e dice invece a chiare lettere che “Ernesto Guevara è un criminale”. Beccandosi però la polemica di qualcun altro lì attorno, proprio sulla figura e sull’uomo Guevara. Una storia gigantesca. Per quanto l’isola sia piccola. Davanti agli Stati Uniti. Davide che si libera dalle catene della schiavitù e poi dritto di fronte a Golia per affrontarlo. A sassate. Come i vietcong in Asia e il grosso dell’America latina. Dal Nicaragua, con i sandinisti, in giù. Prendendo spunto proprio da Guevara, nato in Argentina, e dai cubani.
Viterbo – La manifestazione di solidarietà per Cuba
“Il giorno in cui vinse la rivoluzione io stavo in una casa di campagna – racconta Tomasa Rivero Martiatu -, Io sono cresciuta in campagna con mio nonno. Il giorno della rivoluzione siamo corsi come matti verso la cattedrale della città. Prima di arrivare abbiamo visto passare un carovana di macchine e persone che venivano da oriente, con Fidel Castro davanti a tutti. Diretti all’Avana”.
Quel giorno, capitale poi per milioni di uomini e donne lungo tutto un continente, Tomasa stava, come starebbero tutti i bambini in un’occasione del genere. Sulle spalle di un padre4 o di un nonno. Dopo aver corso per le strade e le campagne di Cuba. Piene di gente. A guardare la storia che scorreva davanti ai loro occhi. Lenta, ma dritta come un treno. In mezzo a loro scorreva la carovana delle macchine e dei camion dei guerriglieri che avevano da poco conquistato l’isola venendo giù dalla Sierra maestra per ricongiungersi con gli insorti all’Avana. Il primo gennaio 1959 Tomasa vide passare e mischiarsi agli altri, Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos.
Viterbo – Tomasa Rivero Martiatu
“Mi ricordo perfettamente di loro – racconta Tomasa Rivero Martiatu -. Erano persone del popolo, semplici. Andavano per strada a parlare con le persone. A tu per tu e senza scorta. Cienfuegos era un uomo straordinario. Guevara un ministro del governo che andava andava nei campi o in fabbrica con i lavoratori. E si caricava i sacchi sulla schiena come tutti gli altri”. Una rivoluzione che ha risuonato in tutto il mondo. E l’eco, nell’isola, è ancora forte. Contrapponendo adesso un popolo, fin dentro le famiglie. “Con Batista – spiega Rivero Martiatu – gli americani consideravano Cuba come un trampolino di lancio, portando armi, droga e prostituzione. Batista era un dittatore sanguinario che terrorizzava e torturava contadini e operai. La rivoluzione era una grandissima speranza. Tutti abbiamo pensato che saremmo stati meglio. E Fidel Castro ha iniziato bene, dando casa alle persone povere e le terre ai contadini. Poi, è cambiato tutto e siamo precipitati nella miseria. I salari sono bassissimi e non c’è niente per vivere. Di male in peggio. E dalla caduta del muro di Berlino la situazione è diventata insopportabile. Attualmente a Cuba non funziona niente”. Complici anche “gli americani con l’embargo”. E poi il Covid. “Questo l’hanno portato i turisti – chiude Rivero Martiatu – che sono entrati e usciti come volevano. Dal Canada e dalla Russia”.
Viterbo – Haimara Hernandez Rivero
Un vero e proprio collasso, testimoniato a Cuba da quanto sta accadendo. Con il governo, “messo lì dalla dinastia Castro”, evidenzia Castellini Herrera, che ha scelto come risposta carcere e repressione. Una storia raccontata sabato in piazza della Repubblica da una comunità cubana viterbese che per la prima volta è scesa in strada a manifestare. Una piazza che poche settimane fa ha visto l’associazione culturale islamica, assieme all’Arci, fare la stessa cosa per la Palestina.
Viterbo – La manifestazione di solidarietà per Cuba
“A Viterbo – dice Haimara Hernandez Rivero – i cubani studiano e lavorano. Non abbiamo ancora un’associazione, ma speriamo di costruirne una a breve”. Haimara Hernandez Rivero lavora alla Taverna etrusca, nel centro storico della città. Assieme a Elizabeth Hernandez, professoressa di inglese all’Orioli, ha organizzato la manifestazione di sabato.
“Siamo quasi tutti nati a Cuba – spiega poi Hernandez Rivero -. Il mio cuore è diviso a metà. Metà qui, dove è nato anche mio figlio, e metà a Cuba. “Della rivoluzione – aggiunge – ho molti ricordi belli. Mia madre era comunista. All’inizio Fidel Castro ha costruito e ha fatto cose importanti. Poi è andata a finire come è andata”.
Viterbo – La manifestazione di solidarietà per Cuba
Infine, il punto di vista di Yoel Castellini Herrera. Con lui un gruppo di amici nati tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso. “Il popolo di Cuba – dice subito – vuole solo la libertà. Voglio chiarire una cosa. Non vogliamo medicine, non vogliamo 5 chili di riso o 5 chili di fagioli. Queste cose non le vogliamo più. Siamo stanchi. Sono 62 anni che siamo buttati in tutte le parti nel mondo perché a Cuba non si può vivere. Non c’è nessun tipo di futuro, non c’è nessun tipo di illusione, non c’è nessun tipo di niente. I giovani come noi, la nostra generazione, stanno tutti sparsi in tutto il mondo”.
“Adesso – aggiunge Castellini Herrera – c’è una generazione che non gliene frega più niente né di Fidel, né di Raul, né di Camilo. Tutto quel romanticismo castrista e comunista non funziona più e lo sanno anche loro. Almeno noi qualcosa ce lo hanno detto i russi. Ma ai nuovi giovani non gliene frega niente. Questi ragazzi hanno perso tutto. Persino l’illusione. Ma hanno perso pure la paura. Quella di combattere. E questa è la cosa che va temuta più di tutte”.
I russi arrivarono sull’isola negli anni sessanta quando, nel 1962, piazzarono delle rampe missilistiche puntate verso gli Stati Uniti, che stavano lì a qualche chilometro, scatenando la più grave crisi diplomatica di sempre che per poco non precipitava i due blocchi, sovietico e americano, nel pieno di una guerra nucleare. In quei giorni di ottobre, sfiorata sul serio.
Viterbo – L’intervista a Tomasa Rivero Martiatu
“La versione romantica che vuole che a Cuba sia tutto gratuito, è semplicemente falsa – prosegue Castellini Herrera -. Non c’è niente di gratuito. Se non te lo fanno pagare con i soldi, poi te lo fanno pagare con la vita. Ad esempio, io ho fatto il militare per 4 anni e non mi hanno mai pagato. Chi si laurea in medicina deve lavorare 5 anni gratis per il governo”.
“Siamo qui per denunciare quello che sta succedendo nel nostro pese. Il popolo di Cuba è sceso in strada per dire al governo che non lo vuole più. E non capiamo perché, se un popolo si è sollevato ed è sceso in strada non debba essere ascoltato. Questo conferma che a Cuba c’è ancora una dittatura”.
Viterbo – L’intervista a Yoel Castellini Herrera
“L’attuale governo è stato messo lì dalla dinastia Castro. Non ci sono elezioni libere e le persone non possono dire quello che pensano. Ci parlano di dialogo. Bene. Il popolo di Cuba è sceso in piazza a dialogare e gli hanno sparato addosso. E non sappiamo gli orrori che staranno succedendo in carcere. Ci sono 400 persone che sono scomparse e non si sa che fine abbiano fatto”.
Viterbo – La manifestazione di solidarietà per Cuba
Castellini Herrera a nemmeno vent’anni prese parte alle prime rivolte a viso aperto contro Castro. All’inizio degli anni ’90, caduto il muro di Berlino e a guerra fredda appena finita. Una nuova generazione che si affacciava sulla scena politica. Negli stessi anni in cui i sandinisti perdevano il potere in Nicaragua, l’Unione sovietica si dissolveva e il movimento della Pantera tornava ad occupare le università in Italia.
“Era il 1993 – racconta Yoel Castellini Herrera – quando a Cuba è successa la stessa identica cosa. Soltanto che in quel momento il governo è stato più intelligente, creando una valvola di sfogo. A chi la pensava diversamente, il governo cubano diede 72 ore di tempo per andarsene dall’isola. Le galere erano piene e lo stato non poteva fare altrimenti. Adesso la possibilità di uscire non c’è più. E a Cuba sta scoppiando tutto”.
Viterbo – La manifestazione di solidarietà per Cuba
“Quando avevo 17 anni, avevo soltanto un paio di ciabatte – ricorda Castellini -, un pantaloncino corto e una maglietta che la dovevo pure prestare a lui”. Si rivolge all’amico che gli sta accanto. E nessuno dei due ride. “Io ero disposto a qualsiasi cosa perché non ci vedevo più dalla fame. Pesavo 55 chili . E non perché stavo in un campo di concentramento, ma perché non c’era niente da mangiare”.
“Negli Stati Uniti – conclude infine Castellini Herrera – ci sono milioni di cubani. E il loro obiettivo non è portare gli americani a Cuba, ma attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. E ribellarsi, anche noi che siamo fuori Cuba, è l’unico modo per ottenerlo. Sono tre giorni che internet a Cuba è stato sospeso. Nessuno sa come stanno andando le cose. I video che sono usciti non si sa se sono di ieri o di oggi. Non vogliamo vendere Cuba agli americani. Cuba è dei cubani. E abbiamo chiesto l’intervento militare di Biden perché mentre noi siamo scesi in piazza a manifestare con le magliette… loro ci hanno sparato addosso”.
Daniele Camilli
Multimedia: Fotogallery: La manifestazione in piazza della Repubblica – Video: “Patria e vita”
– “Cuba, è arrivato il momento di ascoltare il popolo…”








