Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – “Il gelato di Pizzecacio, donne, cioccolato e limone, ragazzi, ragazzette comprate ‘l gelato cinque lire il cono, ‘diece’ lire la coppetta!”.
Pizzaecacio, ossia Dante Costantini
Pizzecacio, al secolo Dante Costantini, era un ometto dall’età indecifrabile, con un viso dai tratti piuttosto irregolari, un viso di uomo che ha sempre lavorato e lavorava ancora, curvo, ma con un passo sicuro. In testa portava un berretto pesante, grigio, che gli copriva la fronte difendendola dal freddo invernale e in estate ne indossava uno leggero di cotone bianco, con una larga visiera.
Alle due del pomeriggio, quando il sole fa strizzare gli occhi e sbiadisce i colori delle case, si sentiva la sua voce da lontano e poi sempre più vicina fino a quando si fermava sotto l’ombra di un balcone, appoggiando il suo carrettino: il gelato riposava in due contenitori incassati, ciascuno chiuso da due coperchi argentati, lucidi e brillanti.
I bambini scendevano dalle loro case con i soldini stretti in mano o, chi si trovava già a giocare in strada, cominciava a gridare a squarciagola: “mamma, i soldi, i soldi, c’è Pizzecacio, sbrigati!”.
Ma Pizzecacio era paziente e aspettava lì fermo, più di un quarto d’ora, tirando fuori il gelato con una lunga paletta d’alluminio chiaro: riempiva i coni, un po’ grezzi e di colore marrone scuro, con pazienza, senza sbagliare le porzioni, metà limone e metà cioccolato e a volte quest’ultimo veniva sostituito da una crema che penso non avesse mai visto un uovo di gallina in tutta la sua vita!
Pizzecacio proseguiva fino al tramonto col suo carrettino, che spingeva a mano, anche in salite piuttosto ardite, con un po’ di fiatone, rosso in faccia e con il bel grembiule bianco allacciato indietro, intorno alla vita.
Pizzaecacio
Sì, veramente Pizzecacio faceva parte della vita viterbese e si arrangiava alla grande per accontentare tutti.
Allora Viterbo non era così grande e i suoi abitanti, più o meno, si conoscevano fra loro: c’era meno traffico, meno chiasso, meno correre.
D’inverno s’andava al pomeriggio al cinema Genio o in un altro e spesso Pizzecacio era lì fuori o in un piccolo magazzino a pian terreno, con il suo focarello acceso su un trabiccolo a quattro zampe con sopra castagne arrosto, profumate, che conservava poi dentro stracci, perché si mangiassero calde. Tutti le compravano e se le sgranocchiavano al buio, in platea, durante la proiezione, tra un colpo di pistola e l’altro o tra un bacio e un abbraccio silenzioso e appassionato di due innamorati tipo Gregory Peck e Esther Williams: allora, sessant’anni fa, andavano per la maggiore.
A febbraio, durante il carnevale, Pizzecacio vendeva “stelle filanti”, “coriandole” e maschere. Faceva freddo per cui la sua allegra e colorata bancarella era piazzata sotto l’arco di un vicolo, a metà Corso Italia. Se ne stava in piedi, le mani affondate nelle tasche di un cappotto lungo, forse di qualche vecchio soldato, perché era di un colore grigio-verde e aveva grandi bottoni dorati: misurava i coriandoli con un grosso bicchiere, li gettava in buste di carta e diceva: “ecco, ‘diece’ lire e v’ho servito bene!”.
Tutta la strada era inondata di questi coriandoli e si faceva fatica a tirar su i piedi che vi affondavano, come in una neve di mille colori, ma ti regalavano un’allegria sana e spensierata e a poco prezzo; i ragazzi li tiravano a grosse manciate, con un’educazione più o meno ortodossa, e te li trovavi in faccia quando non te l’aspettavi e le ragazze fingevano di esserne indispettite ma sotto sotto ne erano felici.
Rita Santoni Bastianini
Pizzecacio aveva un’infinita creatività di commercio e potevi trovare le cose più svariate sulla sua bancarella: dalle golose olivone che nuotavano nella bacinella verde d’acqua salata, alle caterinone*, alle noccioline americane, ai bastoncini di lecca-lecca colorati.
Ora Pizzecacio non c’è più e sono certa che molti, a suo tempo, si siano accorti della sua mancanza.
Noi viterbesi doc siamo orgogliosi di aver avuto un Pizzecacio tutto per noi e non crediate che gli altri siano stati così fortunati.
*Le “caterinone” erano le mandorle verdi che si cominciavano a mangiare intorno al 30 aprile, festa di Santa Caterina.
Rita Santoni Bastianini


