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Viterbo – “Si nasce da un incrocio di informazioni, il dna, e quando l’informazione si complica, si complica la vita”. Così Beppe Grillo, nella prefazione al libro che un mio amico, il professor Roberto Di Nunzio, e il generale Umberto Rapetto, già comandante del Nucleo antifrodi telematiche della Finanza, scrissero con il titolo Cyberwar, la guerra dell’informazione.
Era il 1996 e i due studiosi prefiguravano, allora, attacchi via computer pressoché irresistibili, come è stato quello ai miliardi di informazioni della Regione Lazio in movimento sulle sue reti, da parte di “centauri metà uomini e metà computer”. Gli hacker che, penetrati da un pertugio lasciato incautamente aperto, hanno bloccato l’accesso ad essi di chiunque, a cominciare da chi li aveva raccolti ed avrebbe dovuto custodirli con diligenza.
Per tranquillizzarci, se ne parla, stante la pandemia, quasi solo con riferimento alle prenotazioni dei vaccini ed ai green pass, ma, fosse solo questo, non sarebbe impossibile, anzi non lo è, ricostruire e proseguire nell’operatività.
Invece, la situazione è più grave e riguarda sia le documentazioni, inutilizzabili al momento, di una istituzione dai poteri così vasti come quelli di una Regione, cioè di uno dei soggetti costitutivi della Repubblica; sia, soprattutto, rivela la debolezza del sistema telematico italiano, quello che dovrebbe rappresentare la leva principale del prossimo sviluppo economico, sociale culturale del paese, parte essenziale del piano di ripresa finanziabile dall’Europa e perciò obiettivo speciale affidato ad un ministero appositamente creato per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale.
Con quanto accaduto al Lazio, però, dire che piove sul bagnato è un eufemismo.
Eppure, già nel 1996, i miei amici esperti quanto inascoltate Cassandre avevano messo in guardia sulle azioni terroristiche di “computer hacking” per l’ indiscriminato danneggiamento di sistemi di elaborazione, programmi, archivi elettronici e il generale comandante della Scuola di guerra, Alberto Ficuciello, in quel libro definiva l’informazione il “superfattore” da aggiungere ai tradizionali forze, tempo, spazio contemplati nella strategia militare tradizionale e non meno potenzialmente apocalittica rispetto allo stesso pericolo nucleare “per la sua immanenza più concreta e capillare”. Ma “della questione non ci si occupava sistematicamente e nelle maniere adeguate”.
Ora, dopo venticinque anni, in meno di una settimana il parlamento approva e il governo rende operativa una apposita agenzia nazionale, mentre dall’altra parte della Capitale, sulla Cristoforo Colombo, sede della regione Lazio, si brancola nel buio e nel resto del paese – ma non solo – il timore cresce. Perché, pensandoci bene, a sapere che cosa e perché è successa sono solo gli hacker, e nessun altro.
Chi aveva mai visto, infatti, una guerra così, convinti com’eravamo che, per dormire sonni tranquilli sulla sovranità nazionale e pure sui nostri documenti, le cartelle cliniche, i soldi in banca, bastasse una password? La quale, come Franceschiello diceva dei sigari toscani e dei cavalierati, ormai non si nega a nessuno. Intanto, politici e giornali che sembrano minimizzare sono buona fede?
Non è ancora chiaro a tutti che la vita di istituzioni, organizzazioni, industrie, di ognuno di noi è sempre più legata ai computers, alle reti e un colpo di mouse può far più danni che a Hiroshima e Nagasaki?
Renzo Trappolini
