Viterbo – Dipendenti costretti a lavorare fino a dodici ore al giorno, senza ferie, né riposi settimanali. E con paghe che si aggiravano intorno ai 3 euro all’ora. Per questo due persone di nazionalità egiziana sono finite nei guai, accusate, in concorso, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Un’auto della polizia
“Mercoledì 15 settembre – si legge nella nota della questura di Viterbo – la squadra Mobile ha proceduto all’esecuzione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare coercitiva dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, emessa dal gip del tribunale di Viterbo nei confronti di due soggetti di nazionalità egiziana responsabili, in concorso, del delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.
L’attenzione degli investigatori, coadiuvati da personale dell’ispettorato del lavoro, ha riguardato “le attività di due autolavaggi dislocati nel viterbese, gestiti e organizzati dai due indagati egiziani, uno in qualità di legale rappresentante e amministratore, l’altro responsabile del procacciamento e della gestione della manodopera” prosegue la nota.
I due soggetti, secondo l’accusa “hanno assunto e utilizzato i propri dipendenti (6 cittadini extracomunitari in stato di bisogno) in condizioni di evidente sfruttamento. Nello specifico; gli indagati, in particolare, hanno sottoposto i suddetti lavoratori ad orari di lavoro esorbitanti rispetto ai limiti previsti dai contratti collettivi nazionali e dai singoli contratti di lavoro (10/12 ore di lavoro al giorno), non consentendo loro di usufruire di periodi di ferie e, in alcuni casi, di riposi settimanali; tali dipendenti, inoltre, sono stati retribuiti in modo palesemente difforme dagli accordi contrattuali vigenti (arrivando a percepire, a fronte dell’ingente mole di lavoro, poco più di 3 € l’ora)”.
Stando a quanto ricostruito, i due cittadini egiziani, infine, avrebbero anche violato le disposizioni previste dalla vigente normativa in materia di lavoro, non fornendo ai propri lavoratori i dispositivi di protezione individuale obbligatoriamente richiesti dalla legge.
I dipendenti, in sede di sommarie informazioni testimoniali, avrebbero affermato di “tollerare tali umilianti condizioni lavorative causa la necessità di guadagnare dei soldi al fine di mantenere le rispettive famiglie rimaste nei paesi di origine”.
