La manifestazione in piazza della Rocca a sostegno delle donne afghane
Viterbo – “Il nostro grido per le donne afghane è pieno di musica e di rabbia. In questa piazza vogliamo ballare e riempire di colori perché questa non è solo festa, ma anche l’occasione per lanciare un grido di rabbia. Siamo contro la guerra”. Queste le parole di Carla Centioni dell’associazione Ponte donna, ieri in piazza della Rocca per mostrare la propria solidarietà alle donne afghane. Anche Viterbo ha risposto alla chiamata globale dell’associazione afghana Rawa. “Il nostro grido per le donne afghane”, la manifestazione voluta dal Centro antiviolenza Penelope a cui hanno aderito 10 associazioni per affrontare il tema d’attualità dei diritti sociali e civili in Afghanistan.
I talebani, tornati ora al potere dopo 20 anni, hanno annunciato il governo del nuovo stato islamico dell’Afghanistan. Preoccupano, oltre alle questioni militari e terroristiche, anche il problema dei diritti. “Le donne per ora devono rimanere a casa, non possono lavorare – ha spiegato lo scorso 24 agosto in conferenza stampa il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid -. Si tratta di una procedura temporanea per ragioni di sicurezza”. Alle donne è stato fatto divieto di uscire senza burqa che le copra dalla testa ai piedi e senza l’accompagnamento di un uomo. Divieto di ridere ad alta voce o di indossare tacchi. Divieto di viaggiare sugli stessi autobus degli uomini. Dopo aver organizzato proteste in piazza, alcune ragazze afghane stanno portando avanti una campagna sui social in cui mostrano i propri abiti, di colori vivaci, con il motto “Non toccate i miei vestiti”.
Una piazza della Rocca ricca di colori e piena di musica e balli. “Siamo qui per cantare e danzare per voi” e “Non esiste rivoluzione senza danza”, tra gli slogan portati in strada.
“In Afghanistan sono stati vietati la musica e lo sport. In questa piazza vogliamo ballare e riempire di colori perché questa non è solo festa, ma anche l’occasione per lanciare un grido di rabbia – ha detto Carla Centioni (Ponte donna) -. Siamo contro la guerra. Già 20 anni fa dicevamo che non si esporta la democrazia, ma l’hanno chiamata ‘guerra umanitaria’. Continuano a dire che le donne vanno salvate, ma le donne si salvano da sole. Si autodeterminano. L’associazione delle donne Rawa combatte da oltre 20 anni e continuerà a combattere anche contro il governo militare talebano. Quale democrazia è stata esportata in questi 20 anni se l’87% delle donne è analfabeta e vive ancora nelle stesse condizioni di allora. Se il 90% del pil dell’Afghanistan si regge ancora sulla produzione di eroina, noi della Nato cosa abbiamo fatto in questi anni?”.
Carla Centioni
Quello di Viterbo sarà solo un primo passo. “Il 25 settembre – ha annunciato Marta Nori (Kyanos) – saremo a Roma per rispondere alla chiamata della manifestazione nazionale organizzata da Rawa. Nessuno di noi è libero finché le donne afghane non sono libere”.
Marta Nori
“Alla rabbia che sentiamo dobbiamo aggrapparci per portare lontano questi progetti di solidarietà. Se anche non dovessimo cambiare il mondo, noi ricorderemo per cosa abbiamo lottato e potremo continuare a parlarne per svegliare la coscienza comune – ha spiegato Francesca Quondam della libreria ‘La vita nova’ di Tarquinia -. Stiamo organizzando eventi e raccolte fondi a sostegno delle donne afghane anche a Tarquinia. Bisogna costruire un progetto a lungo termine per continuare a parlare, a condividere e a migliorare”.
Francesca Quondam
“In Afghanistan adesso manca il diritto all’istruzione. Oltre ad accogliere dobbiamo riuscire a garantire il diritto di studiare e crescere liberamente – è intervenuta Lucia Ferrante (Aucs studenti) -. Anche l’università deve assumersi la responsabilità di accogliere studenti e studentesse per dare un futuro a dei giovani che in questo momento un futuro non possono averlo. I nostri atenei non possono limitarsi a discutere e formare in noi un pensiero critico, ma devono agire nel concreto dando ai giovani afghani la possibilità di venire a studiare anche in Italia”.
Lucia Ferrante
Sul tema dell’istruzione, anche Teresa Pianella (Rete degli studenti medi). “Sono una studentessa di 17 anni e se oggi sono in grado di riconoscere la violazione e usurpazione di diritti che sta avvenendo in Afghanistan, gran parte del merito spetta alla scuola. Le nostre battaglie non devono limitarsi a tamponare un’emergenza, ma bisogna puntare a prevenire attraverso un sistema di formazione efficiente”.
Teresa Pianella
“Per avere un senso iniziative come questa devono avere un seguito. Dobbiamo essere in grado di portare avanti nuovi progetti e coinvolgere sempre più cittadini. Sono vicende che ci coinvolge in prima persona – ha preso la parola Sergio Giovagnoli (Arci) -. La fuga degli americani da Kabul assomiglia al ritiro delle truppe dal Vietnam nel 1975, ma ricorda anche la caduta del muro di Berlino. Di muri oggi ne stanno crescendo in ogni angolo del pianeta, edificati da civiltà che si sentono più progredite e superiori a persone che fuggono dalla miseria, in cerca di una prospettiva di vita migliore. I talebani non rappresentano l’islam, ma una interpretazione violenta e rozza della fede”.
Sergio Giovagnoli
“Porteremo a palazzo Chigi il tema dell’ospitalità. Chiederemo di aprire i corridoi umanitari e di fare co-housing per le famiglie bisognose – è intervenuto Giancarlo Mazza (L’altro circolo) -. La nostra è un’associazione nata attorno ai temi Lgbt, ma ci siamo su tutte le tematiche che investono la solidarietà. Lottiamo da anni a fianco di tutti”.
Giancarlo Mazza
Alessio Bernabucci








