Polizia al Sacrario
Viterbo – (sil.co.) – Spaccio al Sacrario, è ripreso ieri il processo all’operaio 27enne finito nei guai dopo l’allarme lanciato dalla madre di un 19enne che sarebbe stato ricattato per un debito di droga. A tradirlo una foto su Facebook con la tuta di una ditte edile sulla Cassia Sud.
“Se non pago 800 euro di fumo a quelli del Sacrario, devo spacciare”, avrebbe spiegato in lacrime alla madre, mentre preparava le valigie per scappare. All’epoca aveva 16 anni. E la donna, una cinquantenne, è corsa a chiedere aiuto in questura, mettendo a punto una “trappola” con la polizia, che sarebbe dovuta scattare sabato 24 marzo 2018. “Per la droga rubava perfino alla nonna”, ha raccontato in aula.
L’operazione è andata a monte quando il figlio, in un lampo, si è volatilizzato salendo di corsa le scalette verso piazza del Comune.
Quattro giorni dopo il minore è stato sentito alla presenza della madre in questura, dove ha indicato il profilo Facebook di un certo “Pablo”, l’attuale imputato, difeso dall’avvocato Luigi Mancini.
La questura di Viterbo
“Identificato tramite la tuta di una ditta edile sulla Cassia Sud”
Ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, è stato sentito un ispettore della squadra mobile che ha preso parte alle indagini.
“Grazie ad alcune foto che ritraevano l’imputato con indosso una tuta con il logo di una ditta edile sulla Cassia Sud, pubblicate sul profilo indicato, andammo presso l’azienda, dove ci diedero gli estremi dell’ex dipendente, un operaio d’origine tunisina del 1994, risultato già fotosegnalato per cui fu fatto anche un confronto dattiloscopico”, ha detto il testimone, spiegando come è stato identificato.
Dai telefonini del 27enne e del 19enne non sarebbero però emersi contatti tra il presunto spacciatore e la presunta vittima, che nel corso dell’udienza dello scorso 2 febbraio, durante un soffertissimo interrogatorio, ha negato di avere dato soldi al tunisino, quel giorno, al Sacrario.
“Bastava andare al sacrario e chiedere il fumo”
“Io sapevo che i soldi erano per lui, soprannominato Kimo, ma all’appuntamento c’erano altri. Non so chi fossero. Non so neanche da chi prendevo hashish e marijuana. Bastava andare al Sacrario e chiedere il fumo. Io ne prendevo 10-20 euro alla volta. Quando mi sono trovato a 16 anni con un debito di 800 euro e persone che mi minacciavano, ‘o ce li dai o vieni a spacciare con noi’, volevo solo pagare e chiudere col Sacrario. Se mia madre non fosse andata alla polizia, per me sarebbe finita lì”, ha detto.
In aula, lo scorso 2 febbraio, c’era anche la madre, cui avrebbe indicato su Facebook “un nordafricano con i capelli a cresta”. Ma anche la donna non ha riconosciuto l’imputato, sottolineando inoltre che all’epoca il figlio era sistematicamente bugiardo.
“Per la droga rubava soldi anche alla nonna”
“Prima mi ha detto che erano in cinque a minacciarlo, romeni e albanesi. Poi in due, viterbesi e di buona famiglia. Infine mi ha mostrato la foto di Facebook”, ha proseguito la madre durante un drammatico interrogatorio.
Quando si è accorta che il figlio adolescente si faceva le canne, ha anche sporto delle denunce contro presunti spacciatori. “Mi sono trovata con i finestrini della macchina in frantumi e l’auto rigata, ma sono andata avanti. Mio figlio sottraeva oggetti in casa, anche del denaro alla nonna, una volta voleva menarmi per avere i soldi. Sono andata dai carabinieri, al Serd, ai servizi sociali e infine alla polizia”, ha raccontato.
Il figlio non le sarebbe riconoscente, anche se al giudice ha detto di essere consapevole che la madre gli vuole tanto bene: “Lui mi rimprovera, dice che una madre non denuncia il figlio. Secondo me, invece, tutti i genitori lo dovrebbero fare”, ha concluso.
Il processo è stato rinviato all’11 gennaio 2022.

