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“Quando apprendemmo della tragica morte di Pier Paolo a Chia fu subito un lutto generale…”

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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Soriano nel Cimino – “Il giorno che Pier Paolo è morto, quella maledetta notte tra sabato e domenica 2 novembre 1975, – racconta Desiderio Valli amico dello scrittore – mia madre, che amava colloquiare con lui di tutto, anche di politica, sapeva che doveva venire a Chia, intorno alle ore 14, perché ci aveva avvisato prima. Amava prendere sempre il tè a casa nostra e assaggiava qualche biscotto che mia madre gli faceva trovare sempre pronto. Quando accendemmo la televisione per ascoltare il telegiornale, rimanemmo tutti sorpresi nel vedere la sua fotografia con l’annuncio della sua tragica morte. A Chia è stato subito un lutto generale. Nella piazza c’era un silenzio assoluto, di rispetto e di dolore. Non si sentiva volare una mosca. Il silenzio era rotto solamente da lacrime di pianto. A noi di Chia c’è crollato improvvisamente il mondo addosso! Lui era uno di noi ed è stato capace di farsi voler bene da tutti gli abitanti. Ci avrebbe sicuramente aiutato. Peccato…”.
Lo scrittore regista nel 1970 aveva acquistato un immobile a Chia, frazione di Soriano nel Cimino, proprio dove qualche anno prima aveva girato la bellissima scena del battesimo di Gesù per il suo film “Il vangelo secondo Matteo”.
Pasolini, instaurò un rapporto proficuo con il territorio viterbese e, tra l’altro, si impegnò personalmente per ottenere il riconoscimento statale dell’allora Libera Università della Tuscia.
Pasolini, abitante di Chia, era diventato amico di Desiderio Valli detto Riccardo, che lavorava all’università come bidello. Fu proprio Valli che presentò Pasolini al professor Gilberto Pietrella promotore della Libera Università della Tuscia.
Lo scrittore – regista accettò subito di impegnarsi a favore del riconoscimento statale dell’università di Viterbo per dare un maggiore sviluppo all’Alto Lazio, «spendendo» pubblicamente la propria immagine, e il proprio talento, manifestando a Roma, sotto e dentro la sede della Regione Lazio, a fianco degli studenti viterbesi.
 
Qualche mese prima di essere assassinato ad Ostia, in circostanze poco chiare, l’intellettuale lasciò alla Tuscia una specie di testamento, alcune linee guida, per uno sviluppo sostenibile per il nostro territorio. Per questo meriterebbe che anche a Viterbo capoluogo gli venisse dedicata una via o una piazza.
 
“Cara Tuscia. Dal suo nuovo «rifugio» (un castello medioevale nell’Alto Lazio) Pier Paolo Pasolini spiega come una piccola moderna università potrebbe favorire lo sviluppo dell’Alto Lazio salvandone il dolce e ancor quasi intatto paesaggio dagli effetti devastatori di un vorace industrialismo”. Questo, infatti, è stato il titolo, e l’occhiello, di un’intervista rilasciata da Pasolini, sotto la Torre di Chia, al giornalista Gideon Bachmann, e pubblicata su Il Messaggeroil 22 settembre 1974.
Nel testo affiora tutto l’amore che Pier Paolo Pasolini aveva per il comprensorio viterbese: “Èpossibile – si chiede lo scrittore nell’intervista – fare qualcosa per impedire che questa zona ancora abbastanza illesa si trasformi in un’altra lurida macchia sulla mappa deprimente dello sviluppo industriale italiano? Si tratta di pensare per la Tuscia, a un modo di sviluppo alternativo. La creazione, per esempio, di una Università per gli stranieri, sull’esempio di Perugia, e di un centro culturale, potrebbe rappresentare l’avvio di uno sviluppo «diverso»”, in una provincia che finora è riuscita a salvarsi soltanto “… perché non è stata industrializzata. È una regione povera. E poi non c’è stato come in tante altre regioni, – continua Pasolini nella sua intervista – il tonfo dell’agricoltura. Solo recentemente sono cominciate a spuntare alcune piccole industrie. Ma sono decentrate e spesso sorgono, queste fabbrichette, proprio nei punti più belli della campagna, con effetti paesistici atroci.

Suppongo che ora, con la recessione, questo sviluppo si fermerà. Comunque, non sarà mai terribile come nel Mezzogiorno. Per questo mi sto interessando a questa faccenda dell’Università della Tuscia. Penso di suggerire all’amministrazione comunale di istituire certe facoltà – lingue, economia turistica, archeologia – che possano servire a promuovere un modello di sviluppo regionale diverso da quello industriale. Bisognerebbe ispirarsi all’esempio di Perugia: l’afflusso di centinaia di studenti dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall’Inghilterra e dal Terzo Mondo sarebbe una soluzione. Viterbo è molto piccola, poco più di un grande paese. Per una città che non ha altre risorse, sarebbe anche una soluzione economica. Osti, albergatori e commercianti dovrebbero essere interessati alla cosa. E gli effetti sarebbero benefici per tutta la regione, soprattutto ai fini della difesa del paesaggio. Qui intorno ci sono interi paesi, come Bomarzo e Mugnano, che dovrebbero essere fatti monumenti nazionali. Di posti simili potrei additartene almeno quindici – dice Pasolini rivolto a Gideon Bachmann – e poi c’è il problema grosso dell’archeologia, delle tombe e delle necropoli etrusche, che occorre difendere meglio da ladri e speculatori…”.

Una strategia a rischio di fallimento. “Questo accade solo se le cose son fatte senza coscienza. Ciò che si fa in nome del progresso non dev’essere necessariamente brutto. (…) C’è da salvare la città nella natura. Il risanamento dall’interno. Basta che i fautori del progresso si pongano il problema. Questa regione, che per miracolo si è finora salvata dall’industrializzazione, questo Alto Lazio con questa Viterbo e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. Le cose essenziali, nuove, da costruire, non dovrebbero essere messe addosso al vecchio. Basterebbe un minimo di programmazione. Viterbo è ancora in tempo per fare certe cose. Mugnano, San Martino, la vecchia Chia, si potrebbero salvare (…) Quel che va difeso è tutto il patrimonio nella sua interezza. Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo. Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balia della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l’Università della Tuscia”.
 
Ma Pasolini, alla stregua di un profeta, vedeva lontano e non era per niente ottimista.
 
“La grande massa fluttua tra valori perduti e altri valori ipotetici non ancora acquisiti. Il modello che trionfa è lo stile piccolo-borghese. Èun fenomeno politico sociale che può portare al fascismo. Io oggi non posso essere ottimista. Mi pare che uno che oggi, in questa situazione, riesca ad essere ottimista, non ami veramente la gente. Ottimisti sono coloro che non amano. Soltanto una persona che ama può stare in pena di fronte a un simile cambiamento; chi non ama se ne frega e tende ad essere ottimista per eludere i problemi”.
 
Io ho avuto modo ci conoscere Pasolini nel periodo compreso tra il 25 maggio e il 1 giugno 1975, perché era presente a Viterbo, nell’Aula Magna di via San Giovanni Decollato, quale componente della giuria di un Concorso fotografico internazionale organizzato sempre dalla Libera Università della Tuscia e avente per tema “Le risorse storico-archeologiche della civiltà Etrusca e Medioevale”. Io svolgevo servizio gratuito di guardiania alla mostra. Erano con lui nella giuria anche la scrittrice Dacia Maraini, Alberto Moravia, il pittore Ennio Calabria, l’operatore cinematografico Tonino Delli Colli, lo scenografo Dante Ferretti, il soprintendente alle Belle Arti per l’Etruria Meridionale Mario Moretti e il docente di Storia dell’Arte Italo Faldi.
 
Dopo tanti anni penso ancora spesso a quanto aiuto avrebbe potuto dare Pasolini al nostro territorio se non fosse stato assassinato. Penso a quanti altri film avrebbe girato nelle splendide location della nostra provincia. Penso a come avrebbe valorizzato il suo spazio culturale all’interno della torre di Chia. E allora penso anche che andrebbe ricordato ufficialmente dalla città di Viterbo con l’intestazione di uno spazio pubblico. Ma anche io non sono ottimista, perché amo la mia città, e soffro.
Silvio Cappelli


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