Barbarano Romano – (sil.co.) – Eroina killer, rinviato di un mese il processo ai presunti pusher dei cugini Adriano e Fausto Fortuna, trovati morti a Barbarano Romano il 28 giugno 2014. Imputati di morte in seguito a cessione di sostanze stupefacenti una 36enne e un 43enne di Blera.
Sarebbero stati loro, secondo la procura, che hanno ceduto la droga che, la notte tra il 27 e il 28 giugno 2014, ha provocato la morte per overdose di Adriano e Fausto , il primo agente penitenziario di 42 anni e il secondo idraulico di 37 anni.
Ma per la difesa: “Il pusher dei cugini è un’altra persona”.
Tragedia a Barbarano Romano – Nei riquadri i cugini Fausto Fortuna e Adriano Fortuna
Le parti civili: “Meno male rinvio di solo un mese”
Il processo, entrato nel vivo con l’ascolto dei primi testimoni soltanto lo scorso 23 marzo, a distanza di ben sette anni dalla tragedia, doveva riprendere ieri davanti al giudice Silvia Mattei, che nel frattempo è passata all’ispettorato del ministero della giustizia. Al suo posto il got Roberto Cappelli che in quanto magistrato onorario e non togato, avrebbe dovuto in teoria rinviare al giudice Francesco Rigato, il quale però è incompetente, avendo già svolto funzione di gup nel procedimento.
“Nonostante i ruoli pieni della dottoressa Elisabetta Massini, cui il procedimento è stato affidato, il tribunale ha dato prova di attenzione, rinviando l’udienza al 9 dicembre, in pratica soltanto di qualche settimana, il che di questi tempi, con le difficoltà che ci sono, non può che meritare un plauso”, ci tiene a sottolineare l’avvocato di parte civile Paolo Pirani, che coi colleghi Michele Ranucci e Enrico Valentini assiste i familiari delle vittime.
La difesa: “Il pusher delle vittime è un altro”
Il difensore Emilio Lopoi è convinto da anni che l’impianto accusatori si fondi su un enorme equivoco. “C’è stato un errore di persona, i miei assistiti non sono i pusher dei due cugini. Lo spacciatore è una terza persona,indicata a suo tempo da uno dei due giovani morti di overdose. Un uomo che, sottoposto a intercettazioni telefoniche e ambientali, si è tradito, parlando con una donna in macchina. E’ lui che avrebbero dovuto cercare, non gli attuali imputati”.
A suo tempo il pm Fabrizio Tucci, titolare del fascicolo dell’inchiesta, aveva chiesto che gli indagati venissero sottoposti a misura di custodia cautelare, ma la richiesta è stata rigettata prima dal gip, poi dal tribunale del riesame e dalla cassazione, anche se alla fine il gup Savina Poli del tribunale di Viterbo ha disposto il rinvio a giudizio.
“Vorrà dire qualcosa se gip, riesame e cassazione hanno detto no alla misura chiesta dalla procura”, conclude Lopoi, sicuro che l’istruttoria gli darà ragione.
Poche ore prima l’aperitivo al bar del paese
Fausto e Adriano sono stati trovati privi di vita dai familiari la mattina del 28 giugno 2014, una domenica, a casa del più grande dei due, un appartamento nel centro storico di via Garibaldi. I corpi erano riversi uno vicino all’altro sul pavimento, in cucina. Poco distante dai cadaveri due siringhe.
Avevano trascorso il sabato sera insieme, facendo aperitivo in un bar del paese, fino a verso le 20,30. Adriano poi era ripassato, poco prima dell’orario di chiusura, verso le 23, per comprare un tramezzino, come ha spiegato in aula la titolare del locale, la quale non sapeva che facessero uso di sostanze stupefacenti.
“Erano distesi per terra, freddi”
“Erano distesi per terra, freddi”. I momenti drammatici del ritrovamento dei corpi sono stati ricostruiti in aula lo scorso mese di marzo da Antonio Fortuna, fratello di Fausto, e Bartolomeo Fortuna, il papà di Adriano.
“Mio fratello non era un tossico – ha detto Antonio – faceva un uso saltuario e ne era uscito, avevo fatto in modo che smettesse. Un paio di anni prima, mi aveva detto che prendeva la roba da gente di Capranica. E sempre un paio di anni prima, un volta avevo dato un calcio in bocca e staccato due denti a un sardo di Blera che avevo sorpreso con lui in camera sua, con due siringhe sul letto”, ha proseguito, dicendosi convinto che quei tempi erano finiti.
“Mio figlio era agente penitenziario a Verona”
“Ho visto per l’ultima volta mio figlio il pomeriggio precedente, davanti al bar del paese, mentre passavo in macchina. Era con il cugino Fausto”, ha detto invece Bartolomeo Fortuna. “Quella domenica mattina dovevamo partire per San Gimignano, ma Adriano non rispondeva al telefono. So che aveva fatto uso di stupefacenti da ragazzo, ma non avevo idea che ne facesse uso ancora. Mio figlio faceva l’agente penitenziario a Verona”, ha sottolineato.
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