Orte – Ha ucciso, ma non voleva uccidere. Non omicidio volontario, dunque, come sostenuto dalla procura che ha chiesto una condanna a 20 anni. Ma omicidio preterintenzionale, come deciso dalla corte d’assise, che ieri ha condannato a 5 anni in primo grado, un anno e mezzo dei quali già scontati, il 22enne Imade Robinson che la sera del 14 giugno 2020, presso il centro d’accoglienza Carpe Diem di Orte, ha accoltellato a morte, sferrando un solo colpo, il connazionale Eugene Moses.
L’imputato era stato bullizzato e minacciato di morte dalla vittima con un rito vudù. Robinson quella sera ha ucciso Moses colpendolo al petto, penetrando con la lama per una decina di centimetri, trapassandogli un polmone e perforando l’aorta toracica, provocandogli la devastante emorragia che in breve gli è stata fatale.
Riqualificando il reato, i sei giurati popolari e i due giudici togati Eugenio Turco e Roberto Colonnello hanno inoltre applicato all’imputato, scortato in aula dalla polizia penitenziaria del carcere viterbese di Mammgialla, lo sconto di un terzo della pena dell’abbreviato. “Avevo già chiesto il rito alternativo dell’abbreviato – spiega il difensore Pasquale D’Incecco del foro di Pescara – quando il tribunale del riesame aveva riqualificato il reato in omicidio preterintenzionale”.
Di diverso parere il pm Franco Pacifici che, chiudendo le indagini, aveva invece confermato l’originale imputazione di omicidio volontario aggravato (dai futili motivi della sedia rotta dalla vittima) – reato al quale non è applicabile il rito abbreviato – per cui Imade Robinson è stato processato davanti alla corte d’assise e per cui lo stesso pubblico ministero ha chiesto una condanna a 20 anni di reclusione.
“Dal momento che la corte d’assise ha riqualificato il reato in omicidio preterintenzionale, ha quindi applicato al mio assistito anche lo sconto dell’abbreviato di cui c’era agli atti la richiesta di questa difesa”, la conclusione dell’avvocato D’Incecco.
L’omicidio di Orte riportato da giornali e social in Nigeria
“Non volevo ucciderlo, volevo fermarlo”
“Il mio assistito non ha colpito una persona disarmata – ha sempre sostenuto il difensore Pasquale D’Incecco – ha colpito Moses mentre era chino per raccogliere il coltello e tornare ad attaccarlo. Un coltello seghettato con la lama lunga 30 centimetri, che Moses aveva introdotto nel centro di accoglienza chissà perché, non un coltello da cucina usato per mangiare come quello usato da Robinson”.
L’imputato, in particolare, avrebbe detto: “L’ho colpito perché mi ha attaccato per primo e prima che potesse colpirmi lui, l’ho colpito io, ma non volevo ucciderlo, volevo colpirlo alla spalla per fermarlo”. “Imade non è un assassino – ha ribadito il difensore – è uno dei pochi nigeriani che non beve, giocava a calcio, partecipava a tutti progetti per favorire l’inserimento”.
“Moses – ha proseguito – era un violento, era stato chiesto un suo allontanamento alla prefettura dai gestori della struttura a causa dei continui problemi che creava, era un delinquente, che lo ha fronteggiato con in mano un coltello aperto lungo 30 centimetri”.
Lo stesso pm Pacifici, pur chiedendo 20 anni per omicidio volontario, ha sottolineato durante la discussione del 20 settembre. riconoscendo al 22enne tutte le attenuanti: “Non ci sono dubbi che l’imputato sia stato bullizzato da Moses e minacciato di morte tramite pratiche magiche”.
Il difensore Giancarlo D’Incecco
“L’omicida si è consegnato spontaneamente”
“Proprio tu?”, ha chiesto sorpreso Luca Di Mari, uno dei titolari del Carpe Diem a Imade, conosciuto come una persona mite e collaborativa. Più volte, invece, sarebbe stato chiesto l’allontanamento della vittima, Eugene Moses: “Creava problemi a tutti, fuori e dentro il centro di accoglienza”. Particolari emersi all’udienza dello scorso 12 luglio.
Un tipo tranquillo. “Non abbiamo mai avuto problemi con Imade, che stava con noi da anni, era sempre molto presente, ha preso parte al protocollo d’intesa con il comune e lavorava anche fuori”, ha proseguito Di Mari.
“Mi riferì di essere stato aggredito da Moses con un seghetto che ha recuperato fuori la porta dell’uscita di emergenza e che si era difeso con un coltello che invece aveva buttato su una strada sterrata subito dietro l’hotel. In quel momento sarebbe anche potuto scappare, io non avrei avuto l’autorità per fermarlo, ma si è subito consegnato ai carabinieri, che abbiamo aspettato insieme all’ingresso”.
“Io gli avevo consigliato di restare e dire la sua verità, piuttosto che fare il fuggitivo a vita. E lui mi ha dato ascolto”, ha sottolineato il teste.
Il giallo del terzo coltello
Il nigeriano è morto in pochi minuti dissanguato, cadendo pancia a terra dopo avere tentato di fare alcuni passi, documentati da una scia ematica nel corridoio. Il cadavere è stato trovato dai soccorritori riverso sul pavimento in una pozza di sangue, parte dentro e parte fuori la camera 211, mentre la coltellata sarebbe stata sferrata tra le camere 207 e 208.
Sotto il corpo della vittima il manico di legno di un terzo coltello, la cui lama insanguinata è stata trovata all’altezza delle stanze dove sarebbe stato colpito. Ma né i rilievi del Ris, né i testimoni sono stati in grado di svelare chi dei due lo avesse in mano e in quale momento dell’alterco sfociato in omicidio sia spuntato.
Silvana Cortignani


