Viterbo – (sil.co.) – Rientra in carcere da una visita all’ospedale di Belcolle e dà fuoco alla cella dell’infermeria.
Protagonista un detenuto della casa circondariale di Viterbo, oggi 67enne, all’ergastolo per omicidio. L’accusa ha chiesto una condanna a sette mesi, il giudice ha assolto l’imputato. La difesa ha chiesto una perizia psichiatrica, richiesta che però è stata rigettata.
In base a quanto riportato dalle cronache dell’epoca, nel 1984, quando aveva 30 anni, con un complice, il 67enne avrebbe ucciso con due colpi di pistola un giovane tossicodipendente, sparito dalla sua casa di Guidonia il 19 marzo di 37 anni fa dopo essere uscito con tre amici, dicendo ai genitori che sarebbe rientrato di lì a poco.
L’omicida, che sarebbe stato un ricettatore e anche lo spacciatore della vittima, un uomo robusto e a detta di molti violento e rissoso, è stato arrestato per sequestro di persona, omicidio volontario e occultamento di cadavere il 19 aprile 1984, dopo il ritrovamento del corpo crivellato di colpi nei pressi di un casolare abbandonato.
A dare indicazione agli investigatori furono gli amici che avevano accompagnato la vittima all’appuntamento, testimoni oculari del delitto e rimasti feriti a loro volta nella sparatoria.
Il carcere di Mammagialla
Detenuto a Viterbo già nel 1989, il 67enne è noto al personale della polizia penitenziaria per i molteplici episodi di autolesionismo messi in atto negli ultimi trenta anni, fin da quando il penitenziario era ancora ospitato a Santa Maria in Gradi, il complesso diventato nel frattempo sede del rettorato dell’università della Tuscia.
Il particolare è emerso durante la testimonianza di uno degli agenti presenti all’episodio della primavera di quattro anni fa al processo per incendio e danneggiamento che si è tenuto ieri davanti al giudice Francesco Rigato.
“Non ha una parte del corpo priva di tagli, lo conosco dal 1989 ed è un continuo porre in essere gesti di autolesionismo”, ha rivelato il poliziotto. Motivo per cui la difesa ha avanzato richiesta di sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica.
Il 31 maggio 2017, non appena rientrato dall’ospedale, dopo essere stato condotto all’interno di una delle celle dell’infermeria di Mammagialla, il 67enne “in maniera fulminea” si è avventato contro la telecamera di videosorveglianza della cella distruggendola e ha incendiato il materasso.
“Siamo intervenuti con l’idrante, poi abbiamo scattato le fotografie degli ambianti”, ha detto l’agente, spiegando che capita frequentemente che i detenuti, oltre a devastare le celle, diano fuoco ai materassi, provocando incendi. “Usano gli accendini, che hanno facoltà di tenere”, ha spiegato, rispondendo al difensore che gli chiedeva se non poteva esserci stato un corto circuito, una circostanza esclusa dal testimone. Sul verbale dell’accaduto però non si fa riferimento ad alcun accendino e la cella, domato il piccolo rogo, non è stata perquisita.
L’accusa ha chiesto una condanna a 7 mesi per danneggiamento e incendio con il vincolo della continuazione, il giudice ha assolto l’imputato perché il fatto non sussiste.
