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Il cambiamento…

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Il cambiamento. E’ un elemento costitutivo dell’esistenza umana. Le stagioni si susseguono e trasformano il paesaggio attorno  a te. Ti guardi allo specchio e scopri i tratti del volto che maturano o invecchiano. Ieri tua figlia giocava con le bambole e oggi contesta la tua assennatezza definendola vecchiume.

Nel cambiamento hai sperato quando ti aprivi al mondo del lavoro, per coltivare i tuoi interessi o per fare carriera, quando hai creato un rapporto sentimentale duraturo con il partner; quando hai scelto di vivere in un ambiente più stimolante. Nel cambiamento speravano i ragazzi garibaldini che combattevano sulle barricate romane, i giovani partigiani che anelavano alla libertà e alla democrazia, gli universitari che nel sessantotto reclamavano una società più vera.

Le ambiguità del cambiamento

Ma il cambiamento non è sempre miglioramento, crescita, progresso; talvolta è pericolo, distruzione, minaccia, angoscia.  Così noi nel cambiamento vediamo la speranza, ma anche il timore per il futuro; e così si diviene progressisti e conservatori, fiduciosi e scettici.  Contemporaneamente.

Il cambiamento dunque è ambiguo; siamo noi che ne definiamo i tratti positivi o negativi, sia che si manifesti nostro malgrado come accidente e disgrazia, nel caso di un terremoto o di una pandemia, sia che venga come un evento propizio, nel caso di un atto di giustizia, di amore o di solidarietà. 

C’è allora  chi pensa di vivere alla giornata, con il “carpe diem” di Orazio, agendo come cicale in un eterno presente e giustificandosi cinicamente con il  “del doman non v’è certezza” di Lorenzo il Magnifico.  

Ma non funziona così: l’Uomo è faber sui, è Prometeo che manipola la materia, è Ulisse in costante ricerca di esperienze ed è lui che può decidere gran parte del proprio futuro, per lo meno di quello “storico”, di quello che si produce attraverso le azioni umane. Certo, spesso l’Uomo si è affidato ad una “Provvidenza”, ma ad una provvidenza che  ha sempre concepito come in continuo dialogo con il proprio libero arbitrio.

Allora, mentre ci  interroghiamo inquieti su cosa succederà domani, stiamo già progettando come piegare il domani ai nostri interessi, ai nostri progetti e ai nostri sogni.  Sia nel nostro privato, sia nella collettività sociale. 

Noi e la pandemia

E la pandemia? Ci ha cambiato? Sì, ci ha cambiato. E non sarà più tutto come prima: perché la nostra esistenza non è mai più come prima,  e domani è sempre un altro giorno.

Ci stiamo chiedendo che ne sarà del “dopo pandemia”. Ma ci sarà un vero “dopo pandemia”, o piuttosto avremo appreso definitivamente che ci sono tante “pandemie”, e semmai sapremo come riconoscerle e come convivere al meglio con loro?

Di fronte  a talune minacce, abbiamo imparato a cambiare i nostri stili di vita. In una zona sismica non esiste un vero “dopo terremoto”: si prendono accorgimenti tali da convivere con il pericolo, modificando le proprie abitudini, magari anche soltanto costruendo in modo diverso gli edifici.  Riguardo al clima, non potremo più tornare indietro, vivremo tamponando il riscaldamento globale, magari stravolgendo l’idea di paesaggio e modificando certe nostre abitudini di consumo, o di spreco. Qualcuno si lamenta dei social, ma sarà bene che impari soprattutto a conoscerli e a utilizzarli al meglio, sono una forma di comunicazione  e di espressione che crescerà nel tempo: con le sue opportunità e i suoi rischi.

Ci interroghiamo spesso se la pandemia abbia migliorato o peggiorato i rapporti fra le persone: più solidarietà, o più diffidenza?

All’inizio, con i sanitari che si spremevano ventiquattro ore su ventiquattro, con i saluti e i canti che ci scambiavamo dai balconi, con il grido di speranza “andrà tutto bene”, sembrava che si fosse accesa una nuova era di solidarietà e di fratellanza reciproca.  Ed è proprio questo che è successo: i dati di ricerca testimoniano che le iniziative di tipo solidaristico sono tuttora in crescita e addirittura che i deprecati social aiutano anche ad arricchire la comunicazione fra le persone.

Ma le conseguenza del lockdown, non solo psicologiche ma anche e soprattutto economiche, il perpetuarsi del rischio, la condotta più o meno responsabile delle persone, l’inquietudine crescente, il montare dei sacrifici e quindi delle frustrazioni, l’abisso motivazionale che si è allargato tra vaccinati e no-vax hanno prodotto diffidenza, sospetti, delusioni, competizione, spesso ci hanno fatto “arroccare” in  difesa.   La gente ha cominciato a giudicarsi reciprocamente dal se e dal come porta la “mascherina”,  da quanto si “assembra”, spesso abbiamo misurato con circospezione la distanza fisica, e persino morale,  tra “noi” e “loro”. 

In una società complessa come è quella contemporanea, incerta e allettante allo stesso tempo,  c’era già questa competizione latente fra gli individui, questa voglia di primeggiare, di esibire o di difendere strenuamente sé stessi, c’era già una società “gridata” per sopraffare l’opinione dell’altro.  Ma era il prodotto, semmai, di uno stranito concetto di libertà che sfiorava la licenza, che in modo talvolta confusamente anarchico accampava prioritariamente i propri diritti, piuttosto che riconoscere i propri doveri.  

I social, che permettono a taluni di dire cose che in  faccia agli altri spesso non direbbero,  tutto ciò l’hanno tirato in superficie, nel bene  e nel male. E lo stesso sta accadendo con il Covid, tra slanci eroici e  miserande nefandezze. 

Dopo il Covid

Ci sarà sempre un “dopo Covid”. Non necessariamente perché sparirà il Covid, ché anzi alcuni virologi suppongono diventerà endemico, sebbene meno pericoloso; ma perché l’Essere Umano affronta i problemi, li matabolizza, vi si adatta e va oltre facendo tesoro dell’esperienza.   E l’esperienza della pandemia lascerà segni indelebili, proprio come fanno le guerre.

Mi sembra che molti scienziati sociali  – sociologi, antropologi, politologi –  senza essere necessariamente dei futurologi, concordino su alcune previsioni.   Ci saranno usi e modalità di considerare l’igiene che diverranno comuni, consolidati, fino a diventare ovvi.  Ci saranno forme di organizzazione dei servizi sanitari territoriali e internazionali che terranno conto di nuovi fattori. Ci sarà un modo più consapevole, più prudente, comunque nuovo di riunirci, di creare calore umano, compagnia, presenza, gioia dello stare insieme. Ci saranno le mode: già oggi girano mascherine griffate, sponsorizzate, mixate con l’abbigliamento, sbandierate come simboli politici e sportivi, persino come modo di schierarsi.   Ci saranno diversi criteri nel considerare e praticare la prevenzione e, soprattutto, la precauzione.  La scienza giocherà forse un ruolo più forte, ma anche diverso, nella nostra società, intrecciando in modo più pervasivo i suoi rapporti con la politica (sta già accadendo per l’ambiente), con la cultura, con il mondo imprenditoriale e con quello no-profit. E dovremo interrogarci su come conciliare meglio libertà individuale e interesse comune.

L’importante sarà aver imparato qualcosa per migliorare la nostra qualità della vita, individuale e collettiva.   In ogni caso, con il tempo tutto ciò diverrà così normale che sembrerà allontanare dalla memoria l’esperienza del Covid. Le generazioni a venire impareranno ad assumere comportamenti che troveranno la loro motivazione nelle vicende della pandemia di oggi, senza che magari se ne rendano conto. 

D’altronde, quante delle nostre normali abitudini, dei nostri passi di crescita in realtà derivano da risposte mirate a bisogni e  problemi sorti da particolari episodi dell’esistenza umana? Prendete il “turismo” – mare, montagna, terme, luoghi dell’arte, folclore, paesi esotici – una pratica comune a decine di  milioni di persone che oggi lo considerano un “bisogno, un “diritto”, una “abitudine irrinunciabile”, comunque una naturale modalità della nostra vita, fino a generare una vera e propria industria del tempo libero.  Ebbene, poco più di sessant’anni fa nemmeno si chiamava turismo, cento anni fa era roba per ricchi, mentre fino al XVI secolo neppure poteva essere immaginato.  Perfino certe regole morali, che ci sembrano parte integrante della natura umana, in realtà sono state all’inizio delle risposte mirate a stati di necessità e a bisogni specifici della collettività sociale; basterebbe pensare ai vari tabù che governano la nostra convivenza e che ritroviamo non  solo nei decaloghi religiosi, ma anche nel costume e nelle  nostre leggi, persino in quelle più avanzate.

E’ inutile pensare che domani potremo cancellare con un colpo di spugna  l’esperienza del Covid; potremo dimenticarne le ansie, l’Uomo non vuole altro che questo, da sempre. Lo sviluppo della società, e soprattutto dei media di massa, contribuirà a modificare e reinterpretare le esperienze maturate “all’epoca del Covid”; ma in realtà non le cancellerà. 

L’Essere Umano è un costante accumulo di informazione, un mosaico che si modifica nella posizione delle sue tessere, ma che non ne perde una.

Il Covid ci segnerà per sempre, anche quando ce ne saremo dimenticati o ne parleremo come di cosa vecchia, antica, superata.   Nella Storia non esistono rivoluzioni veramente distruttive: anch’esse hanno una funzione cumulativa per il nostro bagaglio di saperi e di modi di fare.

Francesco Mattioli


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