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In Italia tre milioni di terrapiattisti, perché si continua a credere a cose irrazionali?

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – James George Frazer e Bronislaw Malinowski, due giganti degli studi di antropologia culturale che hanno fortemente influenzato la disciplina nella prima metà del ‘900, asserivano che la nascita della magia va messa in relazione a due istanze: da un lato, quella di riuscire a capire e conoscere i meccanismi del mondo naturale, dall’altro quella di tentare di governarli, tirandoli in qualche modo dalla propria parte.

Le credenze magiche e irrazionali sono quindi figlie di questa reazione, di questo disperato tentativo di superare un senso di impotenza. Non a caso la magia alligna nelle popolazioni più “primitive” dal punto di vista dello sviluppo del pensiero razionale e del progresso delle tecnologie; o, come osserva Ernesto De Martino, nella traduzione popolare del cristianesimo e nei riti folclorici delle popolazioni legate più alle tradizioni agricole e silvopastorali che all’economia  industriale, come nel Mezzogiorno italiano.

A che questa premessa? Ritengo che possa servire per capire meglio come mai, secondo le rilevazioni aggiornate del Censis, vi siano tre milioni di italiani che credono che il Covid non esista, che almeno dieci milioni temano che il 5G sia uno strumento di controllo da Grande fratello, ma anche che sei milioni di italiani non credano che l’uomo sia sbarcato sulla Luna e (udite, udite) almeno tre milioni siano certi che la Terra è piatta. Mancano dati aggiornati su coloro che diffidano delle scie degli aerei, dalle quali ricadrebbero sostanze appositamente sparse nell’aria per assopire le nostre volontà, ma insomma i “complottisti” a vario titolo, sembrano essere una bella fetta di connazionali.

Sono numeri inquietanti, perché poi costoro si mettono di traverso nei confronti delle regole della comune convivenza, come nel caso dei no-vax, creando problemi e difficoltà di vario genere.

Che c’entra questo con la magia? C’entra perché siamo di fronte a credenze che nascono da un senso di sfiducia nella razionalità e che si affidano a sensazioni e a intuizioni soggettive, al bisogno di consegnarsi ad altri vettori di conoscenza fondati sull’impressione, sulla condivisione settaria di emozioni, su processi in cui la dimensione sovrannaturale ed esoterica garantisce che non siano prodotti strumentali di qualche interesse politico e sociale di parte. Che dire ad esempio dell’agricoltura biodinamica, che attribuisce la quantità e la qualità dei raccolti a nozioni esoteriche e alla precisa ripetizione di rituali falsamente scientifici e sostanzialmente magici, come nel caso della produzione e della applicazione del cosiddetto “cornoletame”?

Ma c’è un’altra domanda che sembra più assillante: perché si diffondono queste concezioni irrazionali, queste superstizioni?

In base agli studi e alle valutazioni scientifiche che si sono succedute in questi ultimi decenni, si possono elencare almeno tre diverse fonti.

La prima è costituita dal diffondersi della paura e quindi del sospetto. In una società complessa e complicata, in continuo divenire, dove emerge uno stato complessivo di incertezza, e nella quale la comunicazione di massa giunge a raccontare pericoli, rischi, minacce in tutti i loro dettagli, la gente coltiva la paura. Paura per la propria incolumità, per i propri beni, sia che si tratti della proliferazione dei reati, sia che si tratti di accidenti casuali o di origine naturale.

Non conta se i reati magari diminuiscono: la percezione del rischio e del pericolo diventa comunque più sensibile. Così il senso di paura e la conseguente diffusa diffidenza (con annesse manifestazioni di aggressività che si alternano a quelle di solidarietà in uno strano balletto degli opposti) generano sfiducia. Sfiducia verso le autorità, verso la convivenza, verso un comune senso di normalità che sembra virare o all’impotenza politica o a una occhiuta normalizzazione. Si creano allora nuovi modelli di credenze aggrappati al sentito dire, al visto fare, spesso veicolate e rafforzate dagli usi  e oggi ancor più dai social media. Sovente con una forte valenza apotropaica: chi di noi non è un po’ superstizioso? Dal gatto nero al cappello sul letto, al cornetto rosso… Sai, nel dubbio…

Paura, quindi sospetto di tutto, si diceva. E qui arriviamo al secondo motivo di tanta irrazionalità, in realtà un corollario del precedente. L’incertezza del futuro genera delusione. Sembrava che il progresso dovesse farci vivere meglio: invece si sopravvalutano le pur inevitabili contraddizioni di ogni cambiamento. Sembra che la modernità, guidata dalla scienza ufficiale, generi soltanto disoccupazione, alienazione giovanile, inquinamento, allarme sociale. Perché la scienza sarebbe alleata, anzi serva, del più bieco affarismo.

A ben vedere il sovranismo, che diffida delle istituzioni internazionali, che teme le immigrazioni in massa con conseguenti traballamenti della cultura originaria, sorge da questo complicato “milieu” di paura, delusione, sospetto, sfiducia, autoreferenzialità, nostalgia dei “bei tempi andati”. E’ una costante nella storia umana: “O tempora, o mores!” (Che tempi, che costumi!) lamentava Cicerone duemila anni fa. Non a caso è tra i sovranisti, tra gli anarco-insurrezionalisti, i luddisti della decrescita felice, ma anche tra i cristiani più tradizionalisti che pullulano i no vax, i terrapiattisti, i complottisti di varia ispirazione.

Terzo punto. L’ignoranza. Se qualcosa non si conosce, quindi non si sa maneggiare, è probabile che si tema. Per citare Cingolani, in un mondo abituato più a studiare le guerre puniche che le invenzioni, come è nella tradizione idealista e classicista soprattutto della nostra cultura, gli effettivi dettati della scienza possono essere ignorati, equivocati o sottovalutati anche da chi ha frequentato il liceo. Così alla disinformazione si aggiunge anche la stortura dell’informazione.

Una stortura che non conosce titoli di studio; ci può essere il Nobel che sottovaluta il Covid, il medico che dubita di Ippocrate, l’economista che osserva il dito ma non la luna, l’opinionista che non vede al di là della propria spocchia. Insomma a un’ignoranza strutturale si aggiunge o si affianca poi quella caratteriale, individualista, proterva, persino psicotica, che a ben vedere è anche la peggiore perché crede di sapere tutto e soprattutto di saper vedere al di là delle apparenze. 

Oggi la scienza, la fonte del sapere razionale, sperimentale, galileiano riconosce onestamente i propri limiti, seppur ben inferiori  a qualsiasi intuizionismo magico, filosofico o peggio ideologico; perché è sì opera dell’essere umano con i suoi limiti: ma anche nei suoi limiti, il sapere scientifico è un sapere critico, socratico, consapevole. Pensare di saperne più e meglio, magari a costo di elaborare teorie intuizioniste, magiche o esoteriche che siano, non è solo un atto di inqualificabile superbia, ma anche (e soprattutto) di evidente ignoranza.

Francesco Mattioli


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