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Anziano precipitato da casa di riposo, gestori condannati a 2 anni e 320mila euro ai familiari vittima

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Carabinieri e 118

Carabinieri e 118


Tuscania – Anziano precipitato da una finestra del sottotetto della casa di riposo Villa Iris di Tuscania, i gestori sono stati condannati ieri a due anni di reclusione e a una provvisionale complessiva di 320mila euro ai familiari della vittima. 

La corte d’assise del tribunale di Viterbo ha disposto una provvisionale di centomila euro ciascuno ai due figli e 40mila euro ciascuno ai tre nipoti di Gian Paolo Rossi, l’ex funzionario di banca ottantenne trovato cadavere verso le 18,30 del 15 gennaio 2019 sul terrazzo, dopo un volo di oltre tre metri dall’angusta finestra della soffitta con una soglia profonda 35 centimetri.

Imputati di abbandono aggravato dalla morte i legali rappresentanti della società che all’epoca gestiva la struttura, Amedeo Menicacci e Noemi Castellani, quest’ultima anche nel ruolo di responsabile della struttura, difesi dagli avvocati Davide Ferretti e Chiara Peparello. Si sono invece costituiti parte civile con gli avvocati Beatrice Spinosa e Giovanna Canessa gli eredi di Rossi. 

Titolare del fascicolo il sostituto procuratore Massimiliano Siddi che, al termine di una sentita requisitoria, ha chiesto una condanna a tre anni ciascuno per gli imputati.


Il pm Massimiliano Siddi

Il pm Massimiliano Siddi


“La morte è derivata dall’abbandono”

Il pm Siddi ha ricordato come l’anziano, malato di Alzheimer, avesse bisogno di assistenza a causa del deficit cognitivo che gli impediva di orientarsi bene nello spazio anche se in grado di deambulare e di mangiare da solo.

L’abbandono è legato all’incapacità del soggetto: “Non è omicidio colposo. Parliamo di una persona potenzialmente in grado di ledere a se stessa, perdersi, cadere dalle scale. La morte è derivata dall’abbandono”.


“Prima di pasti e lenzuola, le condizioni di sicurezza”

“Queste cose non devono succedere, possono ma non devono, in una casa di riposo cui affidiamo la custodia dei nostri anziani. Quando dobbiamo decidere a chi affidare i nostri cari, prima della pulizia delle lenzuola, della bontà dei pasti, dobbiamo badare che all’interno della struttura siano garantite le condizioni di sicurezza”.


“Era la porta del sottotetto che doveva essere chiusa”

“La porta dell’infermeria e il cartello con scritto che doveva  stare chiusa sono un falso problema, fumo difensivo, elemento distrattivo. Era per i medicinali che i carabinieri del Nas avevano detto che doveva stare chiusa, peraltro con una proceduta alla carlona, affidata al buon senso e a un cartello ballerino”, ha detto Siddi. 

“Non abbiamo neanche l’assoluta certezza che Rossi sia passato da lì, perché c’era anche una seconda via. La porta che doveva essere allucchettata era un’altra – ha quindi detto e ridetto il pubblico ministero – quella d’ingresso al sottotetto, che era allo stato grezzo e pericoloso. Quella era la porta che se fosse stata chiusa, inibita, avrebbe evitato la tragedia”. 


“Presenti solo due oss e mezzo”

Il pm ha quindi sottolineato le “gravi negligenze, imprudenze, imperizie” sfociate nella tragedia, a partire dalla carenza di personale: “C’erano due operatrici socio sanitarie e un tirocinante, ovvero due oss e mezzo, contro un requisito minimo di tre, a fronte di 44-45 ospiti. Requisito minimo che, va sottolineato, si intende per la notte, e non per i momenti di massima criticità. Come l’orario dei pasti quando, come nel nostro caso, il personale doveva somministrare la cena a un decina di ospiti non autosufficienti nel refettorio e una trentina di anziani erano in attesa del loro turno nel salone, tra i quali Gian Paolo Rossi”.


“Inaccettabile dare la colpa ai lavoratori”

Siddi ha speso parole anche in difesa del personale e della cooperativa, chiamati più volte in causa dalle difese. “Inaccettabile il tentativo di scaricare la responsabilità sul personale, da parte loro nessuna negligenza”, ha detto. 

“Nel contratto d’appalto tra la cooperativa e la società Came – ha poi spiegato – c’è scritto ‘non esaustivo’m nel senso che il personale era in parte gestito dalla direzione aziendale. Il personale fornito dalla cooperativa era calibrato sulle richieste del committente. Era dunque l’amministrazione che doveva procurarsi personale congruo e qualificato”. 


“Non c’era nemmeno copertura assicurativa”

“Non c’era nemmeno copertura assicurativa e l’imputato, dopo la morte di Gian Paolo Rossi, ha dismesso tutti i suoi capitali, tutto il patrimonio”, hanno rivelato nel corso del processo e ribadito in discussione i legali di parte civile, chiedendo la condanna. 

Silvana Cortignani 


 Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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