Viterbo – “Il cinema sta scoprendo un nuovo paradigma di interazione tra sala e streaming. La pandemia e lo sviluppo vertiginoso delle piattaforme hanno cambiato, e forse cancellato, l’abitudine di guardare i film come la conoscevamo fino a qualche anno fa”. Di questo avviso è Enrico Magrelli, critico cinematografico, giornalista e direttore artistico del Tuscia film fest e dell’International Italian Festival di Berlino.
Tuscia Film Fest – Enrico Magrelli
Tracciare un bilancio dell’anno appena trascorso significa, necessariamente, parlare di Covid…
“Provare a fare bilanci in questa fase storica è ancora molto complicato. Tuttora il nostro tentativo di tornare alla normalità è parziale, in libertà vigilata. Nel 2021 grazie ai vaccini, abbiamo ripreso tutta una serie di abitudini e di opzioni che, seppur precaria, ci ha dato l’illusione che la pandemia potesse essere considerata di un passato prossimo. Non siamo ancora riusciti a raggiungere la velocità di crociera”.
Per cos’altro ricorderemo il 2021?
“Innanzitutto l’economia. A causa della pandemia e della crisi che ne è conseguita, gli stipendi oggi sono inferiori rispetto a quelli del 1990. Un dato gravissimo. Si parla di favorire l’occupazione dei giovani, ma poi le condizioni di lavoro sono di precariato assoluto, sottopagate e senza il minimo salariale. L’Economist, un giornaletto notoriamente umoristico, prema l’Italia per i risultati ottenuti grazie al governo che ha. Ma che Italia racconta? Ciò che emerge dal 2021 è proprio che gran parte del giornalismo è ormai ascrivibile alla categoria fantasy. Descrive un’Italia che si vorrebbe vedere ma che difatti non c’è nella realtà.
Il 2021 ha visto trionfare l’Italia anche in ambito sportivo. Siamo tutti molto orgogliosi dei risultati dell’Italia nello sport, ma la forma di esagerazione che abbiamo messo in campo una certa esagerazione che ha attribuito meriti atletici anche al clima politico. È un’interdipendenza che non sta in piedi, sono due piani che marciano lontano. Basti vedere che la nazionale di calcio italiana vince l’europeo, ma poi il campionato italiano versa in condizioni pessime. Lasciando da parte le doti sportive e il tifo calcistico, alcuni manager non sono poi cosi lontani dal modo di fare dei grandi industriali che devono ricorrere a stratagemmi finanziari e scappatoie che non stanno in piedi. Il caso delle plusvalenze è eloquente. Allo stato attuale dei fatti, il calcio italiano è una baracca”.
Nel 2021 è arrivato un nuovo governo. Con l’esecutivo Draghi cosa è cambiato?
“In ambito politico si è radicata l’idea secondo cui si è arrivati a un puto di svolta. Tutti i partiti, tranne Fratelli d’Italia insieme sotto un’unica bandiera di solidarietà nazionale. Un uomo forte deve affrontare dei problemi e si confronta con i partiti senza farsi condizionare. Pur riconoscendo le qualità di Draghi, non funziona il mito dell’uomo della provvidenza. Non siamo in un film, i supereroi nella vita reale mi preoccupano. Ma forse ricorderemo il 2021 anche come un anno in cui i partiti politici hanno perso la loro forza? Questo lo vedremo con il tempo”.
Draghi si è definito “un nonno al servizio delle istituzioni”. Potrebbe diventare capo dello stato?
“Sui social, parlando di Draghi, c’è anche chi ha citato ironicamente ‘Una poltrona per due’. I ‘Quirinale games’ sono spesso appassionanti e confusi. Si parla molto di tutte queste ipotesi. È la prima volta nella storia della repubblica che qualcuno si sia auto-candidato al Quirinale. Lo ha fatto garbatamente, ma certo ha creato un piccolo grande contraccolpo nei partiti. Potrebbe andare al Colle, ma bisogna vedere come si schiereranno le coalizioni. Si porrebbe poi comunque il problema di tenere unita al governo questa compagine disomogenea di partiti che ora sono alla maggioranza; qualcun altro avrà fretta di andare alle elezioni”.
Il mondo dello spettacolo è stato particolarmente colpito dalle restrizioni necessarie per combattere il virus. Come valuta la gestione dell’emergenza nel settore dello spettacolo?
“Mi rendo conto che per i politici fare scelte sempre coerenti non sia facile perché la situazione è inedita. La politica ha sostenuto economicamente il settore, e su questo non c’è dubbio. Bisogna chiedersi fino a quando può sostenerla, perché il settore dovrà ripartire con le proprie gambe. Dopo aver salvaguardato i posti di lavoro, è evidente che la pandemia ha fatto affiorare del tutto problemi che c’erano già prima dell’emergenza. Il mondo del cinema era già molto in affanno”.
Con i lockdown abbiamo assistito a un nuovo modo di distribuzione e di consumo dei film. Le piattaforme streaming consentono di accedere in qualsiasi momento a un vastissimo repertorio e di gestire in autonomia i modi e i tempi di visione. Si sta andando verso un nuovo paradigma di interazione tra cinema e streaming?
“La sala non è più l’unico luogo per consumare il cinema. La pandemia e lo sviluppo vertiginoso delle piattaforme streaming hanno cambiato, e forse cancellato, l’abitudine di andare al cinema come la conoscevamo fino a qualche anno fa. La ‘magia del grande schermo’ è ormai un discorso vuoto. Al cinema sta accadendo in ritardo quello che è successo all’industria discografica o al teatro dell’opera. Un consumo più smaterializzato nei luoghi, dilatato nei tempi, con possibilità di scegliere orari, tempi, pause, repertori… I cinema sopravvivranno. Forse meno di quanti ce ne sono ora, ma resisteranno. È un processo che era già in atto da qualche anno, destinato ad accadere anche se il Covid non ci fosse mai stato. La sala non ha perduto la sua ragione d’essere ma sta attraversando un ciclone che ha a che fare con le abitudini di consumo. Quando arriva lo Spiderman, il Checco Zalone di turno o qualsiasi ‘film-evento’ che mobilitano gli spettatori, le sale si riempiono in ogni caso. Alcuni grandi film, oltre che essere distribuiti, sono anche prodotti dalle grandi piattaforme; renderli visibili prima in sala è anche un modo per tranquillizzare gli esercenti, giustamente spaventati. Per un film come “È stata la mano di Dio” di Sorrentino, disponibile al cinema solo per un periodo di tempo ridotto e poi in streaming, sembra che gli incassi in sala siano comunque stati cospicui”.
Cosa assorbirà il panorama artistico da questi anni di pandemia?
“Qualche film, anche italiano, sul tema della pandemia c’è già stato ma sono piuttosto ridotti. In questo periodo c’è una vicinanza con l’argomento che non giova allo spettacolo. Vediamo un riassunto impoverito, certo con effetti speciali e con attori capaci, di situazioni che già conosciamo e abbiamo sperimentato. Il Covid continua a essere fastidiosamente presente”.
Di cosa ha bisogno il pubblico in questo periodo?
“Di storie che ci portino altrove. Storie ben pensate e ben raccontate”.
Quali sono i prodotti cinematografici meglio riusciti di questo 2021?
“Innanzitutto, tra gli italiani, citerei “Marx può aspettare” di Marco Bellocchio ed “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino. Tra gli altri menziono “Qui rido io” di Mario Martone, “Tre piani” di Nanni Moretti e “Ariaferma” di Leonardo Di Costanzo. Tra le pellicole internazionali, “The father” di Florian Zeller, “Drive my car” di Ryûsuke Hamaguchi, “Nowhere special” di Uberto Pasolini, “Parallel Mothers” di Pedro Almodovar e “Dune” di Denis Villeneuve”.
“È stata la mano di Dio” può ambire all’Oscar?
“Credo di sì e me lo auguro. È stato inserito nella shortlist, che già di per sé è un bel traguardo. Per sapere se verrà inserito anche nella cinquina bisognerà aspettare. Sorrentino è apprezzatissimo in America. Nonostante “È stata la mano di Dio” sia un film local, è un romanzo di formazione, genere che all’estero viene molto apprezzato. È una storia che potrebbe colpire”.
Lei è direttore artistico del Tuscia film fest. Com’è il bilancio di questo 2021? Quali i progetti per il prossimo anno?
“Alla versione berlinese del Tuscia Film Fest c’è stata una risposta davvero interessante da parte del pubblico. Dopo un anno saltato, è stata un’edizione molto buona. Abbiamo notato che se le sale stentano, i festival invece vanno bene. La dimensione di evento, evidentemente, ancora funzione e attrae. Per il prossimo anno contiamo di lavorare sulla stessa pista, proponendo la produzione più vitale dei film italiani e affiancando nel corso dell’anno ulteriori attività. Proporremo anche all’estero film italiani contemporanei di qualità”.
Alessio Bernabucci
