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La mamma che ha denunciato maestro Lino: “Ecco come ho perso mia figlia…”

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Il santone Pasquale Gaeta, alias maestro Lino, in tribunale

Pasquale Gaeta, alias maestro Lino, in tribunale


Acquapendente – Al via oggi davanti al collegio del tribunale di Viterbo il processo al maestro Lino, l’uomo accusato di avere violentato “due seguaci”, entrambe maggiorenni, una sola delle quali si è costituita parte civile, mentre per l’altra lo ha fatto la madre che tre anni fa lo ha denunciato. “Ecco come ho perso mia figlia”, spiega Virginia Melissa Adamo in una lunga intervista a cuore aperto a Tusciaweb.

Al secolo Pasquale Gaeta, maestro Lino è il 64enne d’origine campana a capo della comunità “Qneud-Questa non è una democrazia” da lui fondata circa tre anni fa in una palazzina a due piani di Acquapendente. E’ difeso dall’avvocato Bruno Barbaranelli. 

E’ stato denunciato dalla madre di una ragazza oggi 27enne di Monza, che sarebbe stata plagiata e violentata dall’uomo. Rinviato a giudizio lo scorso 14 aprile dal gup Savina Poli, il 64enne deve rispondere di maltrattamenti in famiglia, esercizio abusivo della professione di psicologo e violenza sessuale ai danni della giovane e di un’altra ragazza.

A Virginia Melissa Adamo poniamo alcune domande in occasione della prima udienza del processo.


Virginia Adamo, Vincenzo Dionisi, Sergio Caruso

Virginia Adamo, l’avvocato Vincenzo Dionisi e l’esperto di sette Sergio Caruso


Perché ritiene che sua figlia sia stata plagiata? 
“I suoi atteggiamenti apparivano al di fuori degli schemi usuali a cui eravamo soliti vederla. E’ stata destrutturata fino allo stato infantile, raccontava episodi mai avvenuti come se le fossero stati innescati dei falsi ricordi, è stata allontanata dalla famiglia e da tutti i suoi amici cari, è stata isolata e ha interrotto gli studi universitari”

Quando e perchè ha pensato che sua figlia fosse in pericolo?
“Quando ho immediatamente capito che il cambiamento di mia figlia era riconducibile a Pasquale Gaeta, a sua moglie e agli adepti che gli garantivano il proselitismo”.

Che tipo di ragazza era prina di frequentare la comunità fondata da Gaeta?
“Un fiore che sbocciava alla vita post adolescenziale con un bagaglio culturale ricco di esperienze maturate anche all’estero. Una ragazza che nella sua spensieratezza e giovane età e tanti sogni da realizzare ne aveva già uno ben chiaro sul quale stava cominciando a piantare le sue radici: creare una comunità. Un progetto già strutturato e racchiuso in un faldone composto da infinite pagine e iniziative umanitarie oggetto del sogno da realizzare. Amava il prossimo ed era dedita al sociale e divenuta scout internazionale in Honduras durante il conseguimento del suo quarto anno di scuola superiore al Liceo Bilingue Centro Americano. Sempre sorridente e di una dolcezza infinita, amava la vita, la natura ed era inseparabile con la sua famiglia e i suoi fratelli”.

Come erano prima i vostri rapporti, cosa le ha fatto capire che sua figlia stava cambiando?
“Eravamo molto legate, ci raccontavamo e condividevamo tutto ciò che appartenesse alla sfera familiare, lavorativa e sociale. Eravamo felici”.


Virginia Melissa Adamo

Virginia Melissa Adamo in tribunale lo scorso 14 aprile


Non potrebbe avere deciso consapevolmente di allontanarsi dalla sua vita precedente, di scegliere una strada diversa per quanto “originale”? 
“Era solita parlarmi delle sue scelte, delle sue iniziative ed esperienze che comportavano allontanamento da casa anche per periodi piuttosto lunghi e condividevamo in famiglia con molto orgoglio, meritava tutta la mia fiducia. Ma poi i suoi ritorni erano piacevoli fonte di dialogo, risate, conversazioni varie. Mia figlia è sempre stata una poliglotta, alla ricerca di esperienze sane ed equilibrate che la potessero rendere completa e realizzata. 

L’unico motivo che possa averla portata a staccarsi dalla sua vita precedente è l’essere stata agganciata da proseliti appartenenti al contesto di tipo settario ed inconsapevolmente esserci cascata. La dinamica di un percorso cosiddetto spirituale, ma con fine settario ad insaputa della vittima diventa un circolo vizioso e di dipendenza dal quale diventa impossibile staccarsi, se non con l’aiuto di forze esterne. 

Deve sapere che si giura obbedienza al maestro Lino, devozione, segretezza, si costringono le vittime ad ‘elevarsi’ attraverso un processo di iniziazione che prevede il superamento di livelli e sacrifici personali al fine di raggiungere la purezza quali l’allontanamento dalla famiglia (la madre a detta sua rappresentava il marcio e andava uccisa simbolicamente con annessi altri componenti), l’allontanamento dagli amici perché essi rappresentavano le distrazioni e le tentazioni, il silenzio, le punizioni, la preghiera, la meditazione perversa alle prime ore dell’alba fine al risveglio dell’energia Kundalini, il matrimonio iniziatico, che è un rituale di passaggio da uno status in funzione dell’entrata di uno status diverso che dando accesso al nucleo più intimo e nascosto di una dottrina esoterica consente di diventare ‘adepto’.

In verità l’unico scopo di questo ciarlatano che si spacciava per psicologo e filosofo era manipolare e circuire mia figlia così come altre vittime appartenenti alla cerchia Qneud con secondi fini e malvagie intenzioni facendo leva sulla segretezza a cui venivano sottoposte le vittime”.


L'avvocato Bruno Barbaranelli

L’avvocato Bruno Barbaranelli, difensore di Pasquale Gaeta


Cosa l’ha spinta a denunciare Gaeta?
“Sono una mamma e mi è stato sottratto inspiegabilmente e senza nessuna ragione l’amore più grande della mia vita, mia figlia, ho sempre agito per il bene della mia famiglia, non permetterò a Pasquale Gaeta di godere della libertà e professare innocenza. Certa e consapevole nella fattispecie della sofferenza, dei danni psicologici ed emotivi, dei dolorosi traumi esistenziali arrecati in primis a mia figlia e a tutta la mia famiglia, causati dall’improvvisato ‘maestro psicologo’ e dalle sue tecniche manipolatorie nonché doti ‘angeliche’, lotterò con tutta me stessa per rendere giustizia a mia figlia e a tutte le altre vittime”.

Ha mai temuto di non essere creduta?
“No, ciò che ho temuto è stata la pericolosità del soggetto nell’esporre agli inquirenti, alla magistratura, concetti esoterici, pratiche e rituali quali lo psicodramma, sui quali esiste ancora molta disinformazione, con il solo fine di distogliere l’attenzione, generare dubbi e confusione. E’ un classico agire in questi termini, con narcisismo e presunzione. La stessa tattica che utilizzava con mia figlia e gli altri adepti”.

Si è mai pentita?
“Di punire un sedicente santone che agiva in totale segretezza, millantando alle vittime la ‘rinascita’? Di punire colui che si professava il ‘Messia con i 12 apostoli’ nella città di Acquapendente perché l’Angelo lo ha chiamato a fondare la comunità in questa splendida cittadina? Va messo dietro alle sbarre e vanno buttate le chiavi”.

Sua figlia ha sempre rigettato le accuse verso Gaeta mentre un’altra ragazza lo ha denunciato. Come se lo spiega?
“Non è necessario spiegarmelo, le ho già descritto come avvengono i riti di iniziazione, è tutto fondato sulla segretezza altrimenti possono esserci ripercussioni. La strategia del Gaeta è chiara e palese: il silenzio di mia figlia è la sua ancora di salvataggio”.

Ha mai provato a parlare con Gaeta?
“Sì, nello stesso istante in cui mi accorsi del cambiamento repentino di mia figlia quando fece ritorno a casa dopo quattro mesi.  All’insaputa di mia figlia contattai una persona dalla quale ottenni il cellulare e lo chiamai formulando una semplice domanda: cosa sta succedendo a mia figlia? Mi rispose che mia figlia aveva ‘problemi di pluripersonalità con amarezze e sofferenze rivolte al genere sessuale maschile’ e di trovare tale diagnosi dettata nel sistema Abc di Marco Vicentin. Capii subito di avere a che fare con una mente che sapeva bene come districarsi dalle sue stesse bugie e dalle convinzioni inculcate nella mente di mia figlia. La seconda e ultima volta lo chiamai per intimare a lui e alla moglie di stare lontani da mia figlia perché, nonostante fosse stata disposta dalla magistratura una misura cautelare di allontanamento, entrambi i coniugi continuavano ripetutamente a reperirla e a farle pervenire messaggi e testi e letture di libri che mantenessero elevata e costante la sua manipolazione mentale”.

Vuole dire qualcosa a sua figlia?
“’Mamma, io e te siamo una forza’, mi ripeteva sempre. Ecco, ora più che mai, tirala fuori questa forza amore mio senza paura e con coraggio. Non nasconderti, non scappare e non temere di ricevere del male, non credere alle ripercussioni e ai ricatti emotivi, non nutrire queste persone con la loro unica e presunta fonte di salvezza: il tuo silenzio. Ti amiamo”.

E a Gaeta?
“Un essere deplorevole al quale abbiamo già dato troppo spazio, i fatti concreti li racconterò in tribunale e agli inquirenti. Desidero invece dar spazio e ringraziare il mio pool di professionisti composto dall’avvocato Vincenzo Dionisi e il criminologo Sergio Caruso. Un lavoro di squadra ampio e complesso, svolto con la piena fermezza che alla luce dei fatti avvenuti la magistratura di Viterbo renderà giustizia a mia figlia”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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