Il pm Fabrizio Tucci
Viterbo – “La prima volta si ragiona, la seconda si bastona, la terza si rompe il culo”, Tucci ha sintetizzato in una frase il “metodo mafia viterbese”.
E’ l’operazione Erostrato. Ieri è stato il giorno della discussione fiume del pubblico ministero Fabrizio Tucci al processo davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini in cui sono imputati di danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso gli imprenditori viterbesi Manuel Pecci e Emanuele Erasmi oltre all’operaio romeno Ionel Pavel.
Quattro ore, dall’una alle cinque del pomeriggio, solo per la posizione di Manuel Pecci, dopo una altrettanto lunga camera di consiglio del collegio, che in mattinata ha rigettato la richiesta del pm di acquisire una memoria e un cd relativi alle intercettazioni delle telefonate tra l’avvocato del ristoratore presunta vittima di Pecci e il boss Giuseppe Trovato del 13 dicembre 2017, giorno del “blitz” nel locale che ha mandato su tutte le furie il calabrese, deciso a vendicarsi del fatto che gli era stato mancato di rispetto.
Pecci, secondo la ricostruzione del pm, non poteva non sapere con chi aveva a che fare. Anche se, all’interrogatorio, l’imputato ha detto di averlo capito solo quando, tornando in auto dal locale della vittima, il boss prometteva vendetta: “Mi sono cacato sotto”. Per Tucci era più che consapevole.
La discussione, data l’ora, è stata invece rinviata al 4 febbraio per le altre due posizioni, Pavel e Erasmi, dopo di che si tornerà in aula il 18 marzo e l’8 aprile. Slittano dunque ancora i tempi per la sentenza di primo grado.
Mafia viterbese – Un attentato incendiario (nei riquadri, da sinistra in senso orario, Ionel Pavel, Emanuele Erasmi e Manuel Pecci)
“La prima volta si ragiona, la seconda si bastona, la terza si rompe il culo”
Tucci ha sintetizzato in una frase il “metodo mafia viterbese”. “La prima volta si ragiona, la seconda si bastona, la terza si rompe il culo”, ha ricordato citando le intercettazioni il pm, che col collega Giovanni Musarò della Dda di Roma ha coordinato le indagini dei carabinieri sui due anni terribili in cui nel capoluogo ha imperversato mafia viterbese. Indagini sfociate nelle 13 misure di custodia cautelare del 25 gennaio 2019, che hanno sgominato il gruppo criminale italo-albanese messo insieme dai boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi.
Un’azione progressiva per convincere al “rispetto”
Il pm si è profuso nello spiegare il concetto di “rispetto”. Compro oro, trasporti e recupero crediti i tre settori in cui si sono distinti, secondo l’accusa, attraverso intimidazioni, attentati incendiari, teste mozzate di animali, proiettili. Recapitati alle vittime recalcitranti per convincerle a scendere a “patti”, ad avere “rispetto”, a sottomettersi alle volontà della banda. Attori e gregari, tutti altrettanto pericolosi.
“Un’azione progressiva che passava attraverso i metodi tradizionali della criminalità organizzata, si va dall’atteggiamento minaccioso all’intervento diretto sulla vittima di turno”, ha spiegato.
“La forza intimidatrice veniva dall’intero contesto del gruppo criminale, non solo dai due boss”, ha sottolineato Tucci, ricordando le 8 condanne confermate in appello per associazione di stampo mafioso degli imputati che hanno scelto l’abbreviato.
Il boss Giuseppe Trovato
“L’unica via per le vittime era cedere”
“L’unica via per le vittime era cedere”, ha proseguito. “Il ‘calabrese che si atteggiava a boss’ – ha aggiunto, ribadendo come tutti in città sapessero chi era Trovato – ha messo in atto tutti i suoi intenti criminali, eccetto quelli sventati dai carabinieri, come il pestaggio del ristoratore della vicenda Pecci. Badate bene, ristoratore da riempire di botte, cui dare una lezione, non per Pecci, ma perché, quando gli sono piombati nel locale, aveva osato mancare di rispetto a lui, al boss”.
“Con me si può diventare amici o nemici, meglio diventare amici”
E ancora citazioni dal “gergo mafioso” usato da Trovato. “Con me si può diventare amici o nemici, meglio diventare amici”, avrebbe detto al solito ristoratore insoddisfatto di un trattamento estetico che chiedeva un risarcimento a Pecci. “E il ristoratore cosa ha fatto? Si è arreso”, ha proseguito.
La “resa” del ristoratore
Tucci l’ha chiamata più volte “la resa del ristoratore”.”E’ il comune denominatore di molte delle vittime, che non si sono costituite parti civili né hanno denunciato, oppure si sono rimangiate quanto detto. Il caso più eclatante di mancata denuncia è quello del ristoratore, ma non è l’unico. Hanno ubbidito ai metodi mafiosi. Una situazione di assoggettamento che si è andata diffondendo in tutta la collettività”.
“Era evidente che dietro c’era la criminalità organizzata”, ha proseguito il pm, citando stavolta, per rendere l’idea, il titolare dell’autosalone del Poggino cui mafia viterbese ha bruciato 12 macchine in una notte sola. Lui è tra coloro che hanno denunciato.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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