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“Ora mio figlio ha paura. È spaventato. Non dimenticherà facilmente quello che gli è successo…”

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Viterbo – “Ora mio figlio ha paura. È spaventato. Non dimenticherà facilmente quello che gli è successo. Ma è stato lui a chiederci di andare in caserma. Perché gli abbiamo sempre insegnato che chiedere aiuto è giusto, che chiedere aiuto fa bene e che i torti subiti devono essere denunciati. E nella sua visione lineare della vita, chi sbaglia deve essere punito”. A parlare è la mamma del 13enne affetto da disabilità, aggredito e rapinato venerdì scorso in pieno centro storico, in città, da due ragazzi più grandi.


Carabinieri

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Ma ora quello che lei e la sua famiglia vuole non è la vendetta. “Vorrei piuttosto che la gente si rendesse conto di che tipo di società stiamo costruendo. Di ciò che lasceremo ai nostri figli e se è questo il mondo che vogliamo. Sono la madre di un ragazzo affetto da disabilità e, insieme alla famiglia, ho trascorso gran parte della mia esistenza a insegnargli l’autonomia. A donargli tutti gli strumenti possibili perché abbia, come ognuno di noi, delle prospettive – ha sottolineato -. Cresciamo i nostri figli, immaginando che abbiano la vita più soddisfacente possibile. Che, nonostante i loro limite, possano raggiungere ogni traguardo sperato. È amaro ora, rendersi conto che quel tessuto sociale di cui dovrebbero fidarsi, rischia di essere il loro più grande nemico“. 

È venerdì pomeriggio, sono da poco trascorse le 14. Il ragazzo è appena uscito da scuola. “Lo abbiamo raggiunto per portarlo a casa e ci ha chiesto di tornare insieme ai suoi compagni – ha spiegato la madre – dopo esserci assicurati che avesse il telefono e che fosse funzionante lo abbiamo lasciato andare”. Percorso gran parte del tragitto insieme agli amici di classe, sarebbe rimasto solo per pochi metri, poco distante da casa. È lì che due ragazzi lo avrebbero prima seguito, poi raggiunto. All’altezza di via Oscura. 

“Lo hanno maltrattato, gli hanno gettato addosso immondizia e rifiuti – ha sottolineato la mamma -. Poi lo hanno rapinato di quei pochi euro che aveva con sé”. 5, per comprare la merenda. “Dopo qualche minuto gli abbiamo telefonato per sapere se andasse tutto bene e ci ha risposto in lacrime. Io e mio marito lo abbiamo immediatamente raggiunto e tranquillizzato. Ci ha raccontato cosa fosse successo, ci ha mostrato dove”.

Domenica pomeriggio la famiglia è andata in caserma per sporgere denuncia. “Vorrei che ai carabinieri arrivasse il mio più sentito ringraziamento. Per come hanno gestito l’intera vicenda. Per come hanno trattato mio figlio e per come lo hanno messo a suo agio. In quegli uffici ho trovato un’umanità che mi ha riempito di gioia”.

“Così come ci hanno dato fiducia le tante manifestazioni di vicinanza che ci sono arrivate da amici di famiglia, dagli amici di nostro figlio, dalle istituzioni e dalle federazioni e associazioni che si occupano dei diritti delle persone con disabilità – ha proseguito -. Respirare la vicinanza di tutte queste persone e realtà, che ringraziamo di cuore, ci ha fatto felici”.

Una felicità che si scontra però con l’amarezza e una nuova, triste consapevolezza. “Dopo lo shock iniziale, abbiamo dovuto far pace con l’idea di una città che non è come quella che ci immaginavamo – ha proseguito la donna -. Da quando nostro figlio è piccolo, stiamo lavorando per dargli l’autonomia e ogni possibile mezzo per guadagnare piccole libertà. Affinché possa avere prospettive di un’autonomia che sia più considerevole possibile. È amaro rendersi conto che lui alcune cose non potrà mai farle. E non perché non ci riesca, ma perché il contesto non glielo consente. Nostro figlio sa prendere i mezzi. Sa timbrare un biglietto, salire e scendere. Ma dopo quanto accaduto, e se questa è la nostra città, come potremo noi genitori fidarci?”.

“Saremo costretti a insegnargli ad avere paura, a non fidarsi. E questa è una sconfitta per noi. Per l’intera città. Per l’intera società. Anche per quei due ragazzi che lo hanno aggredito” ha concluso la donna. 

Barbara Bianchi


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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