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“Raccontava di quando vedeva giovani come lui morire nei forni crematori…”

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Viterbo – “Raccontava di quando vedeva giovani come lui morire nei forni crematori”. Questa mattina, al palazzo del Governo di piazza del comune a Viterbo, il prefetto Giovanni Bruno ha conferito la medaglia d’onore a Rodolfo Moscatelli, soldato italiano deportato nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale.


Viterbo - Il comitato ordine e sicurezza

Viterbo – Il comitato ordine e sicurezza della prefettura


Ad accogliere la famiglia di Moscatelli, a ritirare l’onorificenza è stato il figlio Ferdinando, tutti i componenti del comitato ordine e sicurezza della prefettura. Forze dell’ordine, vigili, questura e prefetto. “Un giorno che non va dimenticato”, ha detto Giovanni Bruno. 


Viterbo - La famiglia di Rodolfo Moscatelli

Viterbo – La famiglia di Rodolfo Moscatelli


Rodolfo Moscatelli era nato a Roma l’8 settembre 1921. “Fu chiamato alle armi – spiega la nota della prefettura – e giunse il 17 gennaio 1941 nel 39esimo reggimento fanteria con numero di matricola 4136 del distretto di Roma I. Partì per Brindisi per raggiungere il 32esimo reggimento fanteria mobile in Grecia il 19 settembre 1941 e si imbarcò sul piroscafo Piemonte il 22 settembre. Sbarcò a Corinto il 24 settembre, territorio dichiarato in stato di guerra. Fu trattenuto alle armi ai sensi della legge 12 luglio 1942 come caporale maggiore con decorrenza dal primo ottobre 1942”. 


Viterbo - Ferdinando, il figlio di Rodolfo Moscatelli

Viterbo – Ferdinando, il figlio di Rodolfo Moscatelli


“Fu catturato dai tedeschi e condotto in Austria nel campo di concentramento di Mauthausen il 12 settembre 1943. Fu liberato dall’esercito americano e l’8 maggio 1946 rientrò finalmente in Italia presentandosi al distretto militare di Roma. Fu considerato come prigioniero di guerra il 12 maggio 1946. Collocato poi in congedo assoluto il 31 dicembre 1946”.


Viterbo - Il prefetto Giovanni Bruno e la medaglia d'onore

Viterbo – Il prefetto Giovanni Bruno e la medaglia d’onore


“Al suo ritorno – conclude la nota della prefettura – Rodolfo Moscatelli raccontava, commuovendo, alla sua famiglia di come veniva trattato e come lo facevano lavorare in mezzo alla neve senza nessuna protezione dal freddo e di come lui vedeva morire i ragazzi come lui di stenti o nei forni crematori. Lui fortunatamente riuscì ad uscirne vivo, grazie anche a due suoi commilitoni italiani che lo portavano in braccio, visto che non riusciva più a camminare normalmente per la forte debilitazione fisica dovuta al duro lavoro e alla scarsissima alimentazione. Per il resto della sua vita, riferisce il figlio, non è mai riuscito a ricordare quel periodo senza piangere, anche vedendolo in televisione”.

Daniele Camilli


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