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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Dove inizia la mia libertà e finisce quella dell’altro? Dove inizia la libertà altrui e finisce la mia? Su un piano logico, sembra lo stesso interrogativo.
Sul piano soggettivo, sono due domande diverse; perché la prima si focalizza sul mio bisogno di libertà e diventa la molla per estendere i confini della mia libertà a scapito di quella altrui, mentre la seconda induce ad una responsabile autolimitazione della propria libertà e al rispetto dei diritti degli altri. Sfumature? Sofismi? Non proprio.
I comportamenti e le dichiarazioni delle persone, in tema di libertà, inducono a ritenere che la libertà propria e quella altrui non siano esattamente la stessa cosa e non siano difese con lo stesso fervore. Più d’uno vive la prima come una sorta di “licenza” di fare quel che gli pare e la seconda come l’anticamera di un egoistico sopruso da parte del prossimo.
La libertà non è quindi un concetto monolitico. Esaltata nell’antica Atene, era roba per cittadini maschi non schiavi; nella Magna Charta inglese era un diritto riservato a nobili di pari schiatta; nel Protestantesimo – e segnatamente nel calvinismo – era legata alla necessità di riconoscere nelle proprie opere e imprese la mano di Dio; nella Dichiarazione d’indipendenza americana era lo strumento per sottrarsi al potere coloniale e monarchico britannico; nella Rivoluzione Francese rimpallava tra una interpretazione egualitaria di ispirazione democratica e una espressione del nascente anarchismo sociale; nel marxismo si scontra con il progetto di una dittatura del proletariato; nel nazifascismo è sottoposta alla realizzazione dei sacri destini di una nazione e di una razza superiore.
Nel Cristianesimo, che tra le religioni del Libro è senz’altro la più “liberale”, perché chiama il fedele all’uguaglianza e all’assunzione di responsabilità individuali, trova dei limiti nella gerarchia e nella tradizione, fino ad essere considerata con sospetto, implicando il rischio di una deriva eretica.
Ma d’altronde la libertà in Hobbes è un patto fra lupi e in Rousseau è la conseguenza di un pragmatico accordo ispirato al motto biblico “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. E si trova citata persino all’ingresso di Auschwitz…
Molti hanno scritto di libertà, offrendone interpretazioni differenti; tal che verrebbe da dire che, di libertà, ce ne sono fin troppe accezioni in giro, per lo più strettamente legate ad interessi di parte.
La libertà come la consideriamo oggi è quella lungamente citata, assieme alla dignità e ai diritti dell’individuo e del cittadino, sia nella nostra Costituzione (dicembre 1947), sia nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (dicembre 1948 ), due documenti solenni che parlano della libertà come fondamento della democrazia, quindi che nasce in contrapposizione alle dittature nazifasciste e comuniste ed è espressa soprattutto in termini espressamente “politici”.
A partire dagli anni ’60, ai concetti fondamentali di libertà e di dignità individuale è stato associato sempre più spesso il principio della protezione della privacy.
Un concetto, questo, elaborato originariamente soprattutto nella cultura britannica, che si lega alla protezione da pericolose ingerenza del sistema sociale nel vissuto privato e quotidiano dell’individuo – come avviene nei regimi dispotici – ed è quindi ancora una volta di origine politica. E tuttavia esso ha assunto particolare rilevanza a partire dalla diffusione della comunicazione di massa e quindi risponde anche ai timori crescenti per la capacità dei media sia di portare alla ribalta gli affari privati delle persone, sia di manipolare le loro idee e i loro comportamenti.
Il “politicamente corretto”, che è l’applicazione dei principi costituzionali nazionali e internazionali dell’occidente, dedica ampio impegno alla difesa della privacy individuale, arrivando, oggi, a considerare uno scorretto attacco al privato chiedere persino il sesso delle persone.
La difesa della privacy non ha solo una rilevanza politica, quindi, ma ne ha anche una di natura socioculturale che si interfaccia con le dinamiche dei valori, quindi con il cambiamento, con il multiculturalismo, con la difesa della diversità, ecc. Inoltre, si misura con certe tendenze odierne nelle quali, al contrario, le persone tendono ad esibire pubblicamente – come avviene nei social – il proprio privato, vero o falso che sia.
Tuttavia la pandemia, oggi, sta sparigliando le carte.
Perché se da un lato resta il principio di proteggere “politicamente” il privato dei cittadini, dall’altro sembra emergere un diritto di ciascuno di noi di difendersi, che porta ad interpellare l’altro sulla sua esposizione sanitaria.
C’è un esempio mediaticamente interessante che molti conoscono e che ben si presta ad semplificare la questione: il battibecco durante il programma della RAI “Ballando con le stelle” tra la giudice/giornalista Selvaggia Lucarelli e la concorrente/cantante/ballerina Mietta, costretta a sospendere la sua presenza a causa della sua positività al Covid-19.
La Lucarelli si chiede se tutti i concorrenti siano vaccinati e Mietta risponde che questa è una interferenza nel suo privato. Chi ha ragione? Peraltro, pare che non sia consentito chiedere alle persone se sono vaccinate o meno: ove è richiesto per legge, devono solo esibire il greenpass. Anche se poi accade che io cliente, se vado al ristorante, non posso chiedere al cameriere se sia vaccinato o meno…
E’ chiaro che qui l’invocazione della libertà e della privacy non è tanto di natura “politica”, quanto soprattutto di natura socioculturale, cioé etica. Che i diritti politici siano reclamati nella nostra Costituzione fin nei primi articoli, mentre di quelli alla salute se ne parli all’art.32 non è un caso: nel 1947 c’era innanzitutto l’urgenza di fissare l’innovazione libertaria ed egualitaria della convivenza democratica contro ogni dittatura, dando un po’ per scontata la protezione della salute pubblica.
E su questa falsariga è proseguito in questi mesi il dibattito politico e filosofico tra chi voleva e doveva intervenire pesantemente sulla libertà di spostamento dei cittadini in regime di lockdown e chi vedeva in tutto questo un sopruso dispotico, richiamandosi ai principi inviolabili delle libertà costituzionali e del politicamente corretto.
Insomma, la pandemia ha posto il problema: devono vincere comunque la libertà e la privacy, o deve vincere il diritto dell’individuo a proteggere la propria integrità fisica e sanitaria?
Un problema che si sono posti persino negli Stati Uniti, il paese dove è nato il politicamente corretto: si è chiesto il New York Times se nel caso di una pandemia lo stato della salute dei singoli possa essere considerato un fatto privato o non implichi una potenziale minaccia per gli individui sani, che hanno tutto il diritto di essere informati almeno sulla potenziale contagiosità di chi si trovano di fronte.
E ha posto un altro problema, che in realtà è un falso problema: può essere dichiarato l’obbligo di vaccinazione, o sarebbe un vulnus alla libertà degli individui? E’ un falso problema perché la scelta non è “tecnica” (i virologi sono per l’obbligo), non è neppure filosofica o ideologica (tanti i pro, tanti i contro), ma è strettamente di opportunità politica.
Perché anche una democrazia può (anzi, deve) imporre degli obblighi, perché una democrazia già lo fa in vari aspetti della convivenza civile e persino perché esistono già delle vaccinazioni che sono obbligatorie. Ma allo stesso tempo c’è il politico che, spaventato dall’intreccio fra vissuto privato e interessi collettivi, nonostante la drammaticità della situazione preferisce la persuasione all’obbligo perentorio; magari per non mettere a rischio la propria popolarità.
Qualcuno allora si è chiesto beffardamente: meglio un individuo libero e morto di covid, o un individuo che cede un filo della sua libertà e sopravvive al covid? Qualcun altro ha risposto dogmaticamente: ognuno della sua vita ha il diritto di fare ciò che vuole. E l’altro gli ha ribattuto: appunto, della sua vita, ma se per sentirsi libero contagia gli altri e quindi interferisce con la loro vita, la sua non è più libertà, è licenza, sopruso.
E così torniamo alla domanda iniziale: tra le tante, al tempo del covid, di quale libertà stiamo parlando?
Francesco Mattioli
