Viterbo – Rapina una transessuale nella sua “casa dell’amore” nel centro di Viterbo, condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione il 26enne di Vetralla arrestato dalla polizia lo scorso 22 settembre.
Troppo trasgressiva la prestazione, si disse a caldo, sesso estremo che lo avrebbe lasciato dolorante. Vittima una prostituta sudamericana trentenne con cui il giovane aveva preso appuntamento per telefono.
Il giovane, imputato di rapina aggravata, ha potuto usufruire dello sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato, chiesto per il suo assistito dal difensore Domenico Gorziglia.
Il processo di primo grado, celebrato a distanza di appena cinque mesi dai fatti, si è svolto a porte chiuse davanti al giudice Savina Poli.
Operazione della squadra volante
Erano circa le 5 di mattina di mercoledì 22 settembre quando la squillo ha chiamato il 113 in seguito a un’aggressione subita da un cliente che aveva usufruito poco prima di un servizio a pagamento nella sua abitazione e poi l’aveva derubata.
Il 26enne, che aveva prenotato la “prestazione” per telefono concordando un prezzo di 70 euro, una volta pagato e consumato il rapporto con la transessuale, avrebbe avuto un ripensamento e, dopo essersene andato, sarebbe tornato indietro.
Avrebbe quindi sfondato la porta dell’appartamento per entrare, minacciando la vittima con dei coltellini multiuso, usati come armi per farsi consegnare i soldi dalla squillo, la cui prestazione non lo avrebbe soddisfatto.
Se ne se sarebbe accorto dopo, perché sul momento sarebbe stato sotto l’effetto di cocaina e non si sarebbe reso conto di quanto il “rapporto” con la escort fosse estremo.
Per questo sarebbe tornato nell’appartamento a luci rosse del centro storico del capoluogo, chiedendo con la forza alla trans sudamericana la restituzione dei 70 euro pattuiti e già pagati per trascorrere mezzora o poco più di sesso all’insegna della trasgressione.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
