Abusi su minori (foto generica)
Viterbo – (sil.co.) – Giochi proibiti sotto le lenzuola, alle ultime battute il processo al presunto “zio orco” di Bracciano. Testimone della difesa un ispettore della squadra mobile. A suo tempo si indagò anche su un terzo ragazzino, un dodicenne.
L’imputato, un operaio oggi 42enne, è stato arrestato a settembre del 2014 con l’accusa di violenza sessuale su minori, in quanto avrebbe molestato il nipotino di 9 anni e un suo amichetto della stessa età, in una casa nel Viterbese e in un’altra in Abruzzo. L’uomo, all’epoca 34enne e con un precedente analogo sulla spalle, è rimasto per un anno ai domiciliari.
“Ci infilavamo tutti insieme sotto la capannina delle lenzuola e lì facevamo cose brutte, ma lui diceva che erano giochi che dovevano rimanere segreti, sennò sarebbe tornato in carcere”, hanno raccontato le vittime durante l’incidente probatorio. Gli abusi, non supportati da accertamenti clinici, sarebbero consistiti in carezze. Attendibili, secondo la consulenza psicologica del professor Paolo Capri, i bambini.
A segnalare il caso furono le operatrici dei servizi sociali di un comune della bassa Tuscia, insospettite dagli atteggiamenti delle presunte vittime, di cui avrebbero raccolto le confidenze. Ieri, citato dal difensore Daniele Peppe del foro di Roma, è stato riascoltato un ispettore del nucleo antiabusi della squadra mobile della questura di Viterbo, relativamente alle indagini su un terzo ragazzino.
Polizia – immagine di repertorio
Indagini su un terzo ragazzino, all’epoca dodicenne
Nel corso del processo, ripreso ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco, è emerso che una delle due parti offese avrebbe frequentato un ragazzino di pochi anni più grande, un dodicenne del paese, indagato a sua volta dalla procura minorile per molestie su minori in seguito alla segnalazione ai servizi sociali da parte di alcune madri. L’ispettore di polizia, su richiesta della difesa, ha chiarito come si sia trattato di segnalazioni distinte e spiegato come in ogni caso, data la giovanissima età, l’adolescente non fosse penalmente imputabile e di non sapere che seguito abbia avuto la vicenda.
Nessun precedente, l’imputato assolto in via definitiva dalle accuse
La difesa, nel frattempo, ha chiesto l’acquisizione della sentenza che ha assolto con formula piena, in via definitiva, il 42enne, condannato in primo grado a 8 anni di reclusione per fatti analoghi a Civitavecchia, pena ridotta a un anno e 11 mesi in secondo grado e annullata dalla cassazione, che ha rinviato il caso alla corte d’appello, da cui è stato assolto perché il fatto non sussiste. Durante la detenzione in carcere, il 42enne avrebbe tentato più volte il suicidio. All’acquisizione si è opposta l’avvocata di parte civile, Silvia Tafani, che assiste le famiglie dei due minori.
Sentenza in primavera, otto anni dopo l’arresto dello zio
Il processo si è aperto a luglio 2016, con la difesa tornata a chiedere l’abbreviato, rito che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena. Richiesta rigettata dal collegio, come aveva già fatto il gup Francesco Rigato rinviando a giudizio l’operaio, sulla quale ha sicuramente pesato anche il giudizio del Riesame che, confermando i domiciliari, aveva ribadito le accuse.
Alla prossima udienza, il 26 aprile, saranno ascoltati gli ultimi tre testimoni della difesa, due dei quali parenti sia dell’imputato che delle parti offese, i quali, non essendosi presentati ieri, se le notifiche risulteranno regolari, saranno accompagnati coattivamente in aula dai carabinieri. Per quella data è prevista anche la sentenza.
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Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

