Viterbo – “Lo abbiamo dovuto seppellire senza averlo visto prima”. Lei si chiama Osarugue Ebohon ed è la sorella di Enogieru Orobosa, il ragazzo di 28 anni ucciso il giorno della vigilia di Natale dell’anno scorso in via Marini a Viterbo. Osarugue Ebohon è arrivata ieri dalla Germania e non vedeva il fratello da 20 anni. Con lei ci sono il marito, i parenti, la famiglia e almeno una cinquantina di lavoratori che ieri mattina hanno chiesto il giorno di permesso per poter seppellire il proprio amico al cimitero San Lazzaro. In fondo, nella parte nuova, alle porte della città. Quasi tutti di origini nigeriane, come Orobosa, venuto in Italia con il barcone, quattro anni fa, passando per i lager libici. Dopo aver attraversato il deserto.
Enogieru Orobosa
Però, una volta arrivati al cimitero la bara di legno era già chiusa e nessun familiare, nessuno, ha potuto vedere Enogieru Orobosa. Il dolore è stato enorme, immediate le richieste di spiegazioni da parte della famiglia. E per un po’ la tensione è salita, anche se tutto si è svolto pacificamente fino in fondo.
Viterbo – I funerali di Enogieru Orobosa
Dall’omicidio sono trascorsi due mesi, quando Enogieru Orobosa è stato accoltellato. Trasportato d’urgenza all’ospedale Belcolle di Viterbo, il giovane è morto durante l’intervento chirurgico. Ad essere accusato dell’omicidio, un suo connazionale di 31 anni, arrestato e portato nel carcere di Mammagialla. Due mesi durante i quali, con il Covid e le difficoltà di movimento che può avere una famiglia di lavoratori stranieri, muoversi dalla Germania era piuttosto difficile. Tuttavia, come ha fatto notare la sorella di Orobosa, “abbiamo sempre mantenuto i contatti con il centro di accoglienza, fino a quando, una decina di giorni fa, ci hanno chiamato per dirci che c’era il nulla osta per la sepoltura”. E soltanto in quel momento sarebbe stato possibile organizzare il funerale del ragazzo svoltosi ieri.
Viterbo – I funerali di Enogieru Orobosa
“Siamo arrivati oggi a Viterbo dalla Germania – prosegue Osarugue Ebohon -. Pensavamo di poter vedere il corpo del ragazzo. Abbiamo invece trovato la bara già chiusa e sigillata. Come facciamo adesso a dire che dentro quella bara c’è mio fratello Enogieru? Non lo abbiamo potuto vedere. Nessuno lo ha potuto vedere. E di solito, prima di chiudere la bara, si aspettano i familiari. E si sapeva che saremmo arrivati. Di fronte alle nostre richieste ci è stato risposto che dovevamo accettare le cose come stavano”.
Gli amici e la famiglia di Enogieru Orobosa si sono dati appuntamento ieri mattina davanti al San Lazzaro. Molti lavorano i campagna o sui cantieri un po’ in tutta la provincia di Viterbo. Operai e braccianti che oggi hanno chiesto un giorno di permesso e si sono spostati chi da Viterbo, chi da Canino, chi da Ischia o Grotte di Castro. Sono coesi, uniti, uno accanto all’altro. Quando i familiari di Orobosa parlano per spiegare la situazione, tutto intorno tace. Tutto intorno trema. Con i cipressi verdi che si stagliano altissimi sopra le loro teste, e le altre sepolture che in fondo al viale tracciano per la prima volta l’orizzonte di una giornata diversa da tutte le altre. Una comunità di uomini e donne che ha chiesto dignità, rispetto e umanità per un ragazzo di 28 anni assassinato a Viterbo la sera di Natale.
Viterbo – I funerali di Enogieru Orobosa
Ad accogliere i familiari di Orobosa, i custodi del camposanto che hanno cercato di spiegare la situazione. A quel punto sono intervenuti prima i carabinieri poi la polizia. Anche su richiesta degli stessi familiari di Enogieru Orobosa.
“E’ assurdo – aggiunge Osarugue Ebohon -. Non possiamo accettare di seppellire un nostro familiare senza averlo prima potuto vedere. Sia i carabinieri che la polizia ci hanno spiegato che per poter vedere il ragazzo serviva l’autorizzazione del magistrato. Abbiamo chiesto di poterlo chiamare, ma non è stato possibile. Abbiamo dovuto fare l’ultimo saluto ad una bara chiusa ma non sappiamo se il nostro parente sia lì dentro oppure no”.
Viterbo – I funerali di Enogieru Orobosa
Enogieru Orobosa “era un ragazzo molto tranquillo – così lo descrivono tutti -. Era molto religioso, molto rispettoso delle persone. Era arrivato in Italia dalla Nigeria con il barcone passando per la Libia. Aveva preso la patente, stava studiando e cercando un appartamento per sé. Non aveva mai avuto problemi”.
La famiglia e gli amici hanno accompagnato Orobosa fino alla sepoltura, attraversando in silenzio il viale che porta prima alla chiesa del cimitero, infine alle sue spalle, giù fino in fondo, a ridosso delle mura. L’ultimo saluto, le ultime preghiere, il ricordo. Un amico tiene in mano il ritratto del ragazzo mentre gli altri tolgono i fuori dalla bara per poterlo seppellire. Ma manca chi deve azionare la piccola ruspa lì accanto per ricoprire il giovane e digli addio. Qualche attimo di attesa, poi partono subito le richieste sul perché di tutta quella attesa. Alla fine uno dei ragazzi lì presenti prende la pala e inizia a coprire Orobosa. Un altro fa lo stesso con un rastrello. Altri ancora con le mani. A quel punto arriva, ignaro di tutto, un operaio del cimitero che accende la piccola ruspa. Il momento della sepoltura è sacro. Come in qualsiasi funzione o rito religioso, indipendentemente dal credo.
Viterbo – I funerali di Enogieru Orobosa
A quel punto la tensione sale davvero, ma si alzano soltanto le voci. In maniera potente e rivolte all’operaio che non ha potuto fare altro che scendere dalla ruspa e permettere a chi aveva di fronte di seppellire i propri morti. Tra le voci, infine, una su tutte. Ignota, ma a chiare lettere. Una voce come quella di Antigone. “Lavoriamo tutto il giorno – ha detto un ragazzo sui vent’anni – in campagna e sui cantieri. Ovunque, ci spacchiamo la schiena dalla mattina alla sera. Per niente. E chiediamo solo una cosa. Chiediamo solo rispetto”.
Daniele Camilli
Multimedia: Fotocronaca: I funerali di Enogieru Orobosa – Video: La sepoltura
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Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.






