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Fa la valigia e cerca di scappare, lui la colpisce con tre coltellate all’addome e due alla schiena

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Capranica – La vittima: “Avevo preso la valigia per scappare”. L’ex: “Non vai da nessuna parte, ti ammazzo”.

E’ stato ricostruito in aula dalla vittima il tentato femminicidio di Capranica. Vittima che a causa delle cinque coltellate sferratele dal compagno ha rischiato di morire. Erano circa le 14 del 29 gennaio dell’anno scorso. Lei dopo l’ennesima aggressione verbale aveva appena preso la sua valigia di colore blu, trovata dai soccorritori accanto all’uscio, per andarsene di casa. Non ha però fatto in tempo a scappare.

Viva per miracolo, è la 55enne d’origine polacca, ma residente in Italia da trenta anni, parte civile nel processo all’ex compagno Alberto Aniello, poliziotto in congedo 59enne, tuttora agli arresti, difeso dagli avvocati Amedeo Centrone e Federica Ambrogi. La donna è assistita da Ernestina Portelli. 

“Lui stava dietro di me, che urlava – ha detto al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini – ho sentito un pugno sulla testa e altri due sui reni, mi ha ceduto un ginocchio mentre mi spingeva verso il lavandino. C’erano dei coltelli nel ceppo, ne ha preso uno gridando ‘tu non vai da nessuna parte, ti ammazzo’. Poi mi ha sferrato tre coltellate all’addome, davanti, cercava il cuore”.


Carabinieri e 118

Sul posto carabinieri e 118 – immagine di repertorio


“Tu non vai da nessuna parte, ti ammazzo”

“Mi sono toccata e la mia mano si è inzuppata di sangue, mentre lui ripeteva ‘ti ammazzo, ti ammazzo’ e  io pensavo solo a scappare verso la porta. Ringrazio Dio che non avesse la mandata. Quando l’ho aperta, lui, continuando a urlare ‘non vai da nessuna parte, ti ammazzo, ti ammazzo’, mi ha dato altre due coltellate sulla schiena”, ha spiegato, ricordando la concitazione di quegli attimi.


“Ho le cicatrici delle coltellate, 3 davanti e 2 dietro”

“Io urlavo ‘aiuto, mi ammazza’ e pensavo ‘sono morta’. Mi ha salvato la vita il vicino di casa, sennò non ero qui a raccontare questa storia”, ha proseguito, spiegando di essere rimasta a Belcolle per 9 giorni. “Per tre giorni non ho mosso le gambe, ho avuto uno pneumotorace, riportato lesioni alle vertebre, ho 3 cicatrici davanti e 2 dietro conseguenti alle coltellate, ho ancora dolori, non riesco ad alzare un braccio, faccio fisioterapia e sono tuttora in cura da psicologo e psichiatra”, ha risposto al pm Massimiliano Siddi, che le chiedeva dell’ospedale e della successiva convalescenza. 


“Non vivo più, ma sono fortunata di essere viva”

“Ero solare, sempre piena di vita. Non sono più la stessa persona. Ora non vivo più, ma sono fortunata di essere viva”, ha sottolineato, negando di avere fatto in tempo a difendersi, dal momento che il compagno fu trovato dai carabinieri riverso sul divano con un taglio sulla pancia, vestito come se fosse pronto per uscire, compresi scarpe, sciarpa e cappello. “Quando mi ha colpito indossava pantaloni, maglietta blu, felpa e pantofole”, ha detto la 55enne. 


Imputato perseguitato dal suo passato

L’imputato, cui anni fa è stata tolta l’arma, sarebbe stato “perseguitato dal suo passato” e avrebbe assunto psicofarmaci. “Ma era lucido, sapeva cosa faceva e cosa diceva, mentre mi accoltellava per ammazzarmi”, ha ribadito la vittima. La relazione sarebbe iniziata a dicembre 2016 sotto i migliori auspici, cominciando a degenerare dopo un paio d’anni a causa dell’indole aggressiva del 59enne.


“Avevo preso la valigia per scappare… “

“Ero innamorata, pensavo sarebbe cambiato, Gli ultimi dieci giorni, invece, sono stati un inferno. Ogni occasione era buona per darmi addosso. Prima di Natale gli avevo detto ‘mi stai perdendo’. Il 29 gennaio 2021, mia sorella mi disse al telefono solo una parola ‘esci’, così presi la valigia blu per venire via. Ma non ho fatto in tempo”.

Il processo riprenderà il prossimo 23 marzo, per poi proseguire il 13 aprile e il 25 maggio. 

Silvana Cortignani


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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