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Movimenti a palazzo, per finta?

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Sergio Mattarella - La cerimonia alla camera

Sergio Mattarella – La cerimonia alla camera


Viterbo – C’è pure chi non se l’aspettava da Sergio Mattarella che accettasse senza almeno rimproverare e ammonire la comitiva salita al colle per avvertirlo della sua prossima successione a sé stesso. Nonostante il parlamento avesse votato – per finta, tra schede bianche ed astensioni – solo otto volte (per Leone furono fatti ventitre scrutini, per Saragat ventuno, sedici per Scalfaro e Pertini; nonostante il ri-presidente, esibendo affitto di casa, scatoloni e camion traslochi a favor di telecamera, avesse manifestato la ferma volontà di non voler restare al Quirinale per 14 anni – quasi come il primo capo dello stato d’Italia, Vittorio Emanuele II, il padre della patria: diciassette anni, ma per diritto di nascita. Ciò, prima che per l’età , per ragioni di democrazia.

E’ vero che il parlamento è sovrano e proprio perché sovrano gli spettava eleggere un presidente nuovo – come chiedeva anche l’uscente – e i gruppi politici che lo compongono avrebbero dovuto motivare le scelte sui programmi e le caratteristiche, cioè sensibilità ed esperienza politica dei candidabili, anziché studi o professioni, età o incarichi istituzionali, cuciti su misura addosso a cittadini fino a un momento prima ignari dell’uso che avrebbero fatto del loro nome quattro o cinque cittadini cosiddetti capi (se non possessori) di partiti.

Difficile perciò escludere che il Mattarella bis sia stato partorito fuori del matrimonio costituzionale tra popolo e suoi rappresentanti in un approccio stringente fino all’ammucchiata per l’edonistico scopo di molti parvenus dei Palazzi interessati a ”stipendi, pensioni, piccoli privilegi e narcisismi” con cui è stato di fatto “esautorato” proprio il Parlamento, come ha schiettamente detto il sociologo Luca Ricolfi.

Ecco perché ci si poteva aspettare uno scatto da parte del rispettato capo dello stato in carica per far rientrare a Montecitorio la comitiva in pellegrinaggio implorante, perché lì continuasse a fare il suo dovere fino in fondo soprattutto considerando l’emergenza sanitaria, economica, sociale, istituzionale.

Dicono sia stato risolutivo un intervento del presidente Draghi. Così fosse, non si potrebbe che dar ragione al politologo Gianfranco Pasquino il quale parla di gravità della situazione se “in un sistema politico, due sole persone vengono ritenute capaci di svolgere i compiti più importanti”, specie “quando entrambi avevano annunciato di avere aspettative e prospettive diverse, Draghi il Quirinale, Mattarella la vita privata”.

A meno che, stante la debolezza ed il “particulare” perseguito dai parlamentari non ci si trovi di fronte ad un’altra “finta”: mandato a termine di Sergio Mattarella e non i sette anni regolamentari, “sol che maturino le condizioni per cedere il posto a Draghi”, parole ancora di Ricolfi.

Non è comunque una questione di nomi, rispettabilissimi, credibili, necessari – guai se non ci fossero – ma di sapere, noi popolo delle strade, chi ci (e li) guida veramente e dove.

Renzo Trappolini


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