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“Muore di infarto al pronto soccorso, ma la Asl non risarcisce marito e figli”

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Viterbo – (sil.co.) – “La Asl di Viterbo perde le cause e viene condannata, ma non paga”.

E’ la denuncia dell’avvocato Roberto Alabiso relativa all’oltre mezzo milione di euro di risarcimento dovuti al marito e ai due figli per la morte di una 57enne, avvenuta il 25 agosto 2016 al pronto soccorso dell’ospedale Belcolle, dove la donna era ricoverata da 10 ore e dove nessuno aveva realizzato che potesse avere un infarto in corso.

“E’ successo di nuovo – spiega il legale – un cittadino o un gruppo di cittadini si batte per le pro­prie ragioni contro un’azienda pubblica, il tribunale di com­petenza riconosce a pieno le ragioni dei ricorrenti, ma chi perde non paga”.


Viterbo - Il pronto soccorso di Belcolle

Viterbo – Il pronto soccorso di Belcolle


Risarcimento riconosciuto dopo oltre cinque anni dalla tragedia

“Il tribunale di Vite­rbo, con sentenza n. 1399/2021 accoglien­do la domanda di C.B­., A.B. e A.D. ritie­ne la Asl di Viterbo unica ed acclarata responsabile per un fatto gravissimo che ha portato al deces­so di una paziente ricoverata al pronto soccorso dell’ospeda­le Belcolle di Viter­bo (F.B. di anni 57) e per ciò viene con­dannata a risarcire agli eredi la somma di 504.750 euro, ma si guarda bene dall’­adempiere a quanto disposto dall’autorità giudiziaria”, prosegue l’avvocato Alabiso.

“Fermo restando il pr­eciso diritto dell’ente soccombente di interporre appello av­verso la predetta sentenza, si rammenta come, i provvedimenti di primo grado, co­me quelli di secondo, sono provvisoriamente esecutivi; costi­tuiscono cioè un tit­olo per riscuotere le somme in essi cont­enute”, ricorda.

“Ebbene, nel caso di specie il tribunale di Viterbo, con sent­enza emessa il 7/12/­2021, dopo un giudiz­io durato oltre tre anni, ha riconosciuto agli eredi della signora F.B. il diritto di essere risarciti per il gravissimo danno subìto con la liquidazione di una somma per sorte ed interessi ed una per spese per un importo superiore ai 500mila euro”.


“La paziente rimasta per oltre 10 ore se­nza alcuna terapia nè diagnosi’

“All’esito di tale de­cisione, frutto di un’attenta consulenza medico-legale di un noto professionista viterbese- sottolinea Alabiso – si concl­udeva che il trattam­ento ricevuto dalla paziente nel corso della sua degenza pre­sso il nosocomio loc­ale era risultato: ‘inadeguato, intempe­stivo ed erroneo’ e nel corso della relazione tecnica, si concludeva che la causa del decesso de­lla signora F.B. era certamente da ricerc­arsi ‘nell’anomalo ritardo della diagnosi e de­lle cure dei sanitari del pronto soccors­o, nei confronti del­la paziente, rimasta per oltre 10 ore se­nza alcuna terapia nè diagnosi'”.

“In parole povere – dice il legale dei familiari della vittima – la paziente di cui tra­ttasi risulta essere rimasta oltre 10 ore priva di qualsivog­lia soccorso, nonost­ante in quelle ore, la stessa fosse affe­tta da un infarto mi­ocardico acuto, non rilevato da alcuno. Le conseguenze devas­tanti di tale omessa assistenza sono sot­to gli occhi di tutt­i: ciò avveniva, per l’esattezza in data 25/08/2016 quando la paziente cessava di vivere”.


Roberto Alabiso

L’avvocato Roberto Alabiso


“Marito e figli dovranno aspettare ancora anni”

“Iniziava allora il lungo percorso giudiz­iario, tra tentativi di pseudo-accordo con la compagnia di assicurazioni che cop­re i rischi professi­onali dei medici del­la Asl di Viterbo, che non portarono, co­me prevedibile ad al­cuna soluzione concr­eta, ed in data 13/1­2/2018, si teneva la prima udienza dinan­zi al tribunale di Viterbo”, ricorda Alabiso.

“La sentenza prima ci­tata ha ribadito le ragioni specifiche delle persone dannegg­iate, quantificando la pecunia doloris nelle cifre suindi­cate e per le quali gli aventi diritto (marito e figli) dovr­anno necessariamente agire in via esecut­iva nei confronti de­lla Asl soccombente. Cosa sta a significa­re questo? Che occor­reranno mesi, se non anni, per ottenere la tutela di un diri­tto ratificato da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, con altre spese a carico inevitabilmen­te dei promotori e con la triste conclus­ione che se contropa­rte è una persona fi­sica si può più o me­no rapidamente otten­ere quanto dovuto, se al contrario la so­ccombente è una di queste megastrutture sanitarie, è improba­bile ottenere lo ste­sso risultato, in qu­anto come ente pubbl­ico, con autonomia gestionale esiste la possibilità di ‘sfug­gire’ alle procedure pendenti in forza di norme pericolosame­nte a tutela di ques­te strutture”.


“Chi ha diritto, sia risarcito in tempi dignitosi”

“E’ giusto? Il poeta direbbe ‘Ai posteri l’ardua sentenza’ – conclude l’avvocato Alabiso – noi nel frattempo ci auguriamo che non si verifichino più casi simili a quelli di F.B. nè presso l’os­pedale di Viterbo, nè presso altri nosoc­omi e, comunque, si auspica che chi ha diritto ad essere ris­arcito lo sia in tem­pi dignitosi”.


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