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Operaio costretto a fingere un incidente per coprire un infortunio, parla la vittima

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Viterbo - Il pronto soccorso di Belcolle

Il pronto soccorso di Belcolle


Viterbo – Taglialegna di nazionalità romena con le ossa rotte sul ciglio della strada, nel vivo il processo al datore di lavoro e a un connazionale, che avrebbe preteso dalla vittima metà della paga giornaliera per avergli trovato il posto, accusati di sfruttamento e di avere tentato di spacciare per incidente stradale un infortunio. 

Era il 25 giugno 2015. L’operaio, giunto al pronto soccorso di Belcolle col bacino, le gambe e una mano rotta, disse di essere stato investito da un pirata della strada, scappato senza prestargli soccorso. I sanitari, viste le lesioni, non ci hanno creduto. Parte civile al processo con l’avvocato Luigi Mancini, l’uomo ha raccontato giovedì al giudice Francesco Rigato la vicenda.

“Sono caduto dal camion. Mi hanno raccolto e portato nel capannone, dove sono rimasto per circa un’ora e mezza – ha detto in tribunale la parte offesa, oggi 48enne – dopo di che, quando hanno visto mi si erano gonfiati un braccio e una gamba e che non riuscivo più neanche a stare in piedi e camminare, il mio connazionale mi ha fatto salire in auto per portarmi a casa, invece mi ha scaricato sul ciglio della strada, chiamando i soccorsi per dire che c’era un uomo investito da un automobilista pirata”.

Imputati il connazionale e il datore di lavoro, un imprenditore italiano di 69 anni, legale rappresentante di una società cooperativa, con sede di lavoro a Blera, che si occupa del taglio e della piallatura del legno.

Il connazionale, in particolare, in cambio del lavoro avrebbe preteso metà della sua paga giornaliera, ovvero 50 dei 100 euro percepiti, che sarebbero finiti nelle sue tasche per il semplice fatto di avere fatto da intermediario. 

All’inizio di luglio 2015 il 69enne è stato denunciato a piede libero carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Viterbo, insieme ai militari della stazione di Blera dalla forestale di Vetralla e dalla Asl. Alla società datrice di lavoro furono irrogate sanzioni amministrative per 7mila euro.

Molteplici i problemi, tra i quali l’irreperibilità per oltre due anni del connazionale, il quarantenne romeno, uccel di bosco dal 20 giugno 2018 al 7 ottobre 2020, la cui posizione è stata stralciata dal fascicolo principale in attesa che venisse rintracciato.


Il giudice Francesco Rigato

Il giudice Francesco Rigato


Costretto a simulare un incidente stradale

Gli imputati sono accusati di simulazione di reato in concorso, nonché omissione di soccorso e fuga, perché, come si legge nel capo d’imputazione, “al fine di celare l’incidente avvenuto nell’ambito dell’attività condotta dal datore di lavoro, convincevano la parte offesa a dichiarare al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle che le lesioni riportate derivavano da un incidente stradale e non da un incidente sul lavoro”. 


Sfruttamento approfittando dello stato di bisogno

Il quarantenne romeno, è inoltre imputato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro perché al fine di trarne profitto “reclutava manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori”.

In particolare reclutava la vittima “portandolo a lavorare alle dipendenze del coimputato, tenendosi per sé il 50% della paga giornaliera destinata alla parte offesa (eur0 50 su euro 100)”. 

L’imprenditore italiano, invece, è anche accusato di avere impiegato manodopera “mediante l’attività di intermediazione del coimputato, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno”.

Silvana Cortignani


Articoli: Operaio con le ossa rotte sul ciglio della strada, non era un incidente ma un infortunio – Simula incidente stradale per coprire operaio in nero – Investito e abbandonato sul ciglio della strada


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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