Viterbo – La cerimonia dei Giusti fra le nazioni
Viterbo – “Rita Corbucci ha scelto il bene per la vita, mettendo a rischio la propria nell’ora più buia. Rita ci aiuta a mantenere fede nella solidarietà umana. La Shoah non è una tragedia solo per il popolo ebraico, ma per l’umanità intera”. Smadar Shapira dell’ambasciata israeliana a Roma ha conferito questa mattina la medaglia di Giusta tra le nazioni a Rita Corbucci che tra il 1943 e il 1944 salvò la vita a Silvano Di Porto. Rita aveva 17 anni e strappò dai campi di sterminio nazisti Silvano che ne aveva 6. Entrambi erano di Viterbo. A ritirare la medaglia, il figlio Mauro Corbucci. Con lui anche il figlio di Silvano, Angelo Di Porto, e lo studioso della Shoah viterbese, Luca Bruzziches, che ne ha ricostruito la vicenda storica permettendo così l’avvio del percorso per il conferimento del titolo di Giusto tra le nazioni, tra le più alte onorificenze dello stato di Israele.
La cerimonia si è svolta nell’aula magna dell’università degli studi della Tuscia che, in questi anni, sta giocando un ruolo fondamentale per la tutela e la trasmissione della memoria degli ebrei viterbesi deportati nei campi di sterminio nazisti tra il dicembre del 1943 e il 1944, fino alla liberazione della Tuscia da parte degli alleati.
Viterbo – La cerimonia dei Giusti fra le nazioni
In aula, assieme alle famiglie Corbucci e Di Porto e alla rappresentante dello stato di Israele, anche il rettore dell’Unitus, Stefano Ubertini, il commissario straordinario di Viterbo Antonella Scolamiero, Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma, Uriel Perugia, segretario generale Ucei, Unione delle comunità ebraiche italiane, Claudio Procaccia, direttore del dipartimento cultura della comunità ebraica di Roma, e in collegamento video Milena Santerini, coordinatrice nazionale lotta all’antisemitismo. A moderare la giornata, il docente Unitus Tommaso Dell’Era. Seduti tra il pubblico anche il presidente della provincia Alessandro Romoli, il questore Giancarlo Sant’Elia, il presidente della fondazione Carivit Marco Lazzari e l’ex consigliera comunale Luisa Ciambella.
“La Shoah – ha detto Shapira – per lo stato di Israele è un capitolo pieno di orrore e dolore. I miei nonni sono dei sopravvissuti. Persero tutto, ma non persero la loro vita e dei loro cari. La nonna di mio marito ha avuto un destino diverso, è sopravvissuta ma ha perso tutti i membri della sua famiglia. Dodici persone in tutto e ha vissuto tutta la sua vita in un dolore inconsolabile. La Shoah è una parte indimenticabile della nostra identità. Ma non è una tragedia solo per il popolo ebraico ma per l’intera umanità.
Viterbo – La cerimonia dei Giusti fra le nazioni
“Lo stato di Israele ha assunto l’impegno di ricordare gli orrori della Shoah e di rendere eterni i nomi delle sue vittime. Ma la Shoah porta con sé anche la storia di migliaia di non ebrei che hanno deciso di agire contro una terribile realtà e di andare controcorrente. Persone che ci hanno aiutato a mantenere la fede nella solidarietà umana. Uomini e donne che nell’ora più buia non sono rimasti indifferenti alla sofferenza umana”.
La medaglia di agosto tra le nazioni viene attribuita a coloro che, da non ebrei, hanno salvato la vita agli ebrei perseguitati da fascisti e nazisti e lo hanno fatto a rischio della loro vita senza ricevere alcun compenso per averlo fatto.
“Rita – ha aggiunto Smadar Shapira – con la sua scelta ha salvato da morte certa Silvano Di Porto, entrando a far parte degli otre 700 Giusti italiani. Rita comprese che poteva scegliere e scegliendo ha mostrato a tutti che una sola persona può fare la differenza. Ha scelto il bene per la vita. Facciamo in modo che le sue azioni siano un’eredità morale ci guidi e ci incoraggi a fare la differenza. Sia benedetta la loro memoria”.
“Questa terra di Tuscia – ha poi aggiunto Ruth Dureghello – porta in sé millenni di presenza ebraica. Siamo qui a mettere al centro la vita rispetto alla volontà di odiare e di cacciare”.
Infine il racconto del figlio di Rita.
“È il momento più difficile della mia vita – ha esordito Mauro Corbucci -. Mia madre raccontava poco di questa cosa, non ci voleva trasmettere il peso. La nostra famiglia abitava sopra il negozio dei Di Porto in via Saffi. L’amicizia era molto solida e si intensifico con le leggi razziali. I bambini non potevano andare a scuola e Silvano venne lasciato a mia madre che lo portava a spasso, giocando con lui. Quel giorno venne avvisata che stavano deportando tutte le famiglie ebree di viterbo. Non ci pensò un attimo, prese il bambino e lo portò in campagna, dalle parti di Santa Maria in Gradi. Poi di nuovo a casa, dove non c’era più nessuno perché tutti erano stati deportati. Mia madre si rese conto che Silvano era solo e lo portò con se’, a casa, dove fu tenuto nascosto per sei mesi grazie anche ai genitori di mia madre Giuseppe e Irene lo hanno accolto. Mia madre per 6 mesi non parlò con nessuno perché c’era il rischio che qualcuno potesse fare la spia. Giocavano in casa con Silvano che dormiva in un cassetto del comò”.
Daniele Camilli


