Viterbo – Qualche anno fa, in un articolo su Tusciaweb della serie “Amarcord”, facemmo osservare come la notizia della chiusura della Tesoreria provinciale della Banca d’Italia di Viterbo con il suo trasferimento alla centrale di Roma fosse passata sotto silenzio. Praticamente delle 97 filiali in tutta Italia ne sono rimaste una quarantina. Oggi si apprende la decisione di mettere in vendita l’intero immobile di via Marconi. Ci si domanda quale sarà il futuro di quel possente edificio nel cuore della nostra città, uno dei simboli del Ventennio fascista, insieme al palazzo dello Poste e a quelli dell’Opera Balilla, della Camera di Commercio, del “Paolo Savi “ , delle “Scuole Rosse” ecc.
Viterbo – Via Marconi – Il palazzo della Banca d’Italia
La sua storia viene da lontano, dagli inizi del secolo scorso quando nel 1907 il Consiglio superiore dell’istituto decise di aprire a Viterbo una filiale che venne elevata a rango di agenzia di prima classe nel 1924, trasformata, poi, in succursale nel 1928 a circa un anno dalla istituzione della provincia di Viterbo.
All’inizio della sua attività lo sportello si trovava al piano terra della Regia Prefettura, in piazza del Plebiscito per poi transitare in altre sedi fra cui il palazzo Ciofi-Venturini in via Principessa Margherita (oggi via Matteotti), dove ora c’è il fabbricato dell’Inps, ed infine nell’attuale edificio di via Marconi.
L’importanza del capoluogo della Tuscia, consacrata dal nuovo presidio provinciale, consigliava al più grande Istituto bancario italiano la realizzazione di una sede prestigiosa, addirittura un palazzo, in grado di gareggiare con altri già costruiti o in procinto di esserlo.
Per l’area si scelse quella dell’Urcionio di circa 2.000 mq di proprietà del Comune e ceduta gratuitamente.
La costruzione, su progetto dell’ing. Rocco Giglio dell’Ufficio tecnico della Banca, ebbe inizio il 2 dicembre 1939 (come si legge nel Vol.2° Electa “I cento edifici della Banca d’Italia”). I lavori dopo una sospensione dovuta alla guerra, vennero ripresi nel settembre 1943 ed erano quasi ultimati quando un bombardamento nel 1944 distrusse parte dell’angolo est dell’edificio. Le opere di ricostruzione proseguirono dopo la guerra, nel 1945, per essere completate il 31 agosto 1947, anno in cui iniziò gradualmente il trasferimento dal palazzo Ciofi-Venturini..
Il volume “I cento edifici …” ci informa che a causa dell’irregolarità del terreno non si poterono riproporre gli stili delle consorelle banche di altre province, tanto cari al Ventennio. Dunque l’edifico di via Marconi deve adattarsi alla conformazione del terreno, senza tuttavia rinunciare alle linee architettoniche del tempo, con due bei prospetti su piazza della Repubblica e su via Marconi il cui fronte, di un centinaio di metri, è diviso in tre parti con due massicce sporgenze laterali e il blocco centrale arretrato.
Le eleganze tosco-laziali dell’edificio, sottolineate da un tetto fortemente aggettante su beccatelli di legno e pietra, da un abbondante uso di mattoni di cotto e da un massiccio zoccolo di bugnato rustico, concedono ampi riguardi alle architetture medioevali e rinascimentali di Viterbo, riconoscibili nelle bifore delle finestre (che alludono alla fabbriche duecentesche) o negli ampi portali dal volto classico, con archi a volte su coppie di colonne corinzie.
L’interno, e più precisamente l’area già destinata al pubblico e alle operazioni bancarie, è solenne con ampia scalata di accesso (nel versante destro del prospetto su via Marconi), soffitti alti, lucernari, finestre gigantesche, dovizia di marmi, arredi di legno massello (originali degli anni Quaranta), ampi corridoi che conducono alla direzione e agli uffici amministrativi.
Nei sotterranei, a tu per tu con l’Urcionio, si aprono alcune stanze blindate, i cosiddetti caveau, che pochi conoscono per quelli che allora venivano considerati motivi di sicurezza e segretezza. Nel piano superiore si apre una serie di appartamenti che dovevano servire nel tempo alle “corte” di dirigenti, funzionari e impiegati, fino agli addetti alla custodia. Perché una costruzione così imponente in una città dopotutto minore rispetto alle “grandi” del tempo? Una vulgata popolare sosteneva che la banca-fortezza di Viterbo avrebbe dovuto ospitare, in casi di “pericolo”, i valori custoditi nel Palazzo Koch di Roma dove si trova la sede centrale della Banca d’Italia. Ma non ci sono riscontri attendibili.
La notizia della vendita dell’edificio pone una serie di interrogativi che riguardano il futuro della nostra città: cosa farne? Proponiamo ai lettori di Tusciaweb di esprimere un’opinione su come riconvertire l’edificio ad una destinazione più consona alle attuali esigenze sociali e urbanistiche della città che possa anche concorrere a far rinascere un centro storico in evidente declino.
Vincenzo Ceniti
