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Metodo mafioso, slitta a dopo l’estate la sentenza per Pecci, Erasmi e Pavel

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Viterbo – Operazione “Erostrato”, slitta a dopo l’estate la sentenza per i due imprenditori viterbesi Manuel Pecci e Emanuele Erasmi e per l’operaio d’origine romena Ionel Pavel tra i tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2019 con l’accusa di estorsione con metodo mafioso. 


Mafia viterbese - Nei riquadri Emanuele Erasmi, Ionel Pavel e Panel Pecci

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Lo scorso 4 febbraio il pm antimafia della Dda di Roma Fabrizio Tucci ha chiesto una condanna a 7 anni e mezzo di reclusione ciascuno per Erasmi e Pecci e a 9 anni e nove mesi di carcere per Pavel. Ieri avrebbero dovuto discutere le difese per poi rinviare all’udienza già fissata l’8 aprile per repliche e sentenza. Invece a causa del legittimo impedimento di uno dei tre giudici del collegio è slittato tutto a dopo l’estate.

Il processo riprenderà il prossimo 27 settembre, quando è prevista un’unica udienza fiume, durante la quale saranno ascoltate le conclusioni dei legali degli imputati (difesi dagli avvocati Fausto Barili, Carlo Taormina, Michele Ranucci e Giuliano Migliorati) e le eventuali repliche dell’accusa, dopo di che il collegio si ritirerà in camera di consiglio per la decisione.


Metodo mafioso - Il 9 marzo 2020 a Mammagialla la prima udienza alla vigilia del lockdown

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Tra le sei parti civili un carabiniere e altri due imprenditori del capoluogo. Tre sono il Comune di Viterbo, l’associazione antimafia Caponnetto e Sos Impresa. Le altre tre parti civili sono invece tre privati: l’imprenditore romeno Ion Lazar, organizzatore delle serate danzanti per i suoi connazionali al Theatrò bruscamente interrotte dalla banda di Trovato e Rebeshi; il carabiniere Massimiliano Pizzi, cui è stata incendiata l’auto di notte sotto casa per vendetta; l’imprenditore Fabio Chiovelli, titolare del Theatrò, sul cui ingresso furono appese delle teste mozzate di maiale e agnello a mo’ di avvertimento mafioso.


Mafia viterbese - Teste mozzate di animali usate per intimidire le vittime dai sodali

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Carabiniere “punito” perché indagava troppo

E’ stato lo stesso Pizzi, in forza al nucleo investigativo di Viterbo, a spiegare in aula il 10 settembre 2020 le due possibili molle che avrebbero spinto il boss Rebeshi a mettere in atto la ritorsione. “Il 4 febbraio 2017 avevo arrestato il fratello David con 38 chili di marijuana, mentre il 13 aprile, pochi giorni prima quindi, avevo preso parte in Sardegna all’arresto di un corriere della droga partito da Viterbo e sorpreso con 10 chili di cocaina, nell’ambito di indagini sui presunti giri di droga in cui era coinvolto Ismail-Ermal Rebeshi”.

“In seguito all’attentato mi hanno tolto le indagini”, ha risposto al pm Fabrizio Tucci, sottolineando come, se questo era lo scopo, sia stato raggiunto. Di lui i sodali avrebbero conosciuto perfino il soprannome, Tribola, col quale lo chiamano nelle intercettazioni.

Ismail Rebeshi, il 26 novembre 2018, due mesi prima del blitz antimafia, è stato poi comunque arrestato per droga nell’ambito dell’operazione Ichnos. Tra novembre 2017 e febbraio 2018, secondo l’accusa, sarebbe riuscito a rifornire un gruppo sardo di un chilo e mezzo di eroina e di sei chili di cocaina. Proprio nel novembre 2017, nel frattempo, il presunto corriere arrestato da Pizzi ad aprile, un imprenditore 37enne di Vignanello originario della Bosnia, è stato condannato a otto anni in primo grado dal tribunale di Oristano. 

L’imputato Pavel Ionel oltre ad avere rubato la Punto usata per gli attentati avrebbe anche partecipato a un sopralluogo davanti a casa di Pizzi il giorno prima dell’attentato incendiario.



Auto bruciate e percosse, anche le bariste del Theatrò tra le vittime

Passa l’estate e l’autunno successivo, tra settembre e ottobre 2017, sempre Ionel Pavel avrebbe contribuito a minacciare i due romeni organizzatori delle famose serate da ballo per connazionali al Theatrò, uno dei quali parte civile con l’avvocato Samuele De Santis, bruscamente interrotte dallo stesso titolare della discoteca, Fabio Chiovelli sentito come testimone, dopo avere trovato la “sorpresa” di cinque teste mozze di animali appese sull’ingresso del locale. 

“Io vi rompo il culo, me la prendo anche con un bambino di un anno”, avrebbe mandato a dire Rebeshi ai due romeni. “Io personalmente non ho mai ricevuto minacce, ma dopo le tre serate del 30 settembre, 2 e 7 ottobre e il ritrovamento da parte di mio figlio delle teste di animale il 10 ottobre, ho ritenuto opportuno sporgere denuncia e porre fine all’accordo per le serate”, ha detto Chiovelli. 

Oltre a Chiovelli, sempre a settembre di due anni fa, è stata sentita anche una delle cameriere-bariste vittime della banda di Trovato e Rebeshi, quella cui la sera del 3 ottobre 2017 è stata bruciata la macchina, una Smart gialla, sotto casa. E’ andata peggio alla collega, che la sera prima è stata percossa, caricata su un auto e portata via dal locale. A uno dei due romeni, il 30 settembre, è stato spaccato con una sprangata il parabrezza del furgone. Al responsabile della sicurezza è stata incendiata la Porsche.

Silvana Cortignani


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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