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Morte del piccolo Matias: alla sbarra il padre, in aula lo strazio della mamma

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Vetralla – Alla sbarra il padre che ha ucciso il figlioletto, in aula lo strazio della mamma del piccolo Matias. Al via lunedì 16 maggio davanti alla corte d’assise del tribunale di Viterbo il processo per omicidio volontario aggravato al padre di Vetralla che lo scorso mese di novembre ha ucciso il figlioletto di 10 anni nell’abitazione da cui era stato allontanato due mesi prima per maltrattamenti in famiglia. Quel giorno saranno trascorsi sei mesi esatti dall’efferato delitto. 


Matias Tomkow con il padre Mirko

Matias Tomkow con il padre Mirko


Avrebbe invece dovuto aprirsi ieri il processo per violenza domestica e per avere violato il divieto di avvicinamento. Ma, su richiesta dei difensori Pier Paolo Grazini e Sabina Fiorentini è stato rinviato al 16 maggio dal collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, per l’unificazione al procedimento principale.

In tribunale si è consumato nel frattempo tutto lo strazio della madre del piccolo Matias, scoppiata in un pianto dirotto tra le braccia della sorella, mentre lo zio Ubaldo, all’ingresso in aula di Mirko Tomkow scortato dalla penitenziaria, ha urlato una, due, tre volte “schifoso” al cognato che lo scorso 16 novembre ha ucciso l’adorato nipote di dieci anni. 

Mamma Mariola non ce l’ha fatta a restare seduta pochi metri dietro il marito, che ha rivisto per la prima volta dopo che le ha ucciso il figlio. Irrefrenabili lacrime e dolore. E’ stata accompagnata fuori a braccia, tra singhiozzi disperati. Si è accasciata, colta da un malore. E’ stata soccorsa dagli operatori del 118, che l’hanno portata via dal tribunale in ambulanza. 

L’avvocato Michele Ranucci ha fatto appena in tempo a preannunciare la costituzione di parte civile di Mariola Rapaj, 36 anni, d’origine albanese. 

Si è aperto e subito chiuso, drammaticamente, il processo per maltrattamenti in famiglia a Mirko Tomkow, l’operaio 45enne d’origine polacca che all’ora di pranzo dello scorso 16 novembre ha ammazzato il figlioletto appena tornato a casa da scuola nell’appartamento al civico 6 di Stradone Luzi, a Cura di Vetralla, da dove era stato allontanato il 10 settembre. 

Avrebbe forse ucciso anche la moglie, si disse all’epoca, se non fosse svenuto in mansarda, in preda i fumi dell’alcol, dopo avere nascosto il corpo del bambino nel cassettone della camera da letto e avere cosparso un lenzuolo di benzina, forse con l’intento di bruciare tutto. 

Ricoverato per qualche giorno all’ospedale di Belcolle, prima del trasferimento a Mammagialla, Tomkow la domenica successiva fu cercato al pronto soccorso dal cognato Ubaldo Marcelli (“Matias stava sempre con me e per me era come un figlio…”) che, fatta irruzione tra il personale e i pazienti armato di un lungo coltello da cucina, avrebbe voluto farsi giustizia da solo, provvidenzialmente fermato da un vigilante e un addetto all’accoglienza, che lo hanno respinto verso l’esterno mentre sul posto si precipitava la polizia. 

Il sindaco Sandrino Aquilani, durante le festività di Natale, ha promosso una raccolta fondi per aiutare la famiglia sopraffatta dal dolore. L’intera comunità di Vetralla si è stretta attorno a Mariola, alla sorella e al cognato nel momento del lutto più grande.

Il 16 maggio Mirko Tomkow comparirà davanti ai due giudici togati e ai sei giudici popolari che dovranno decidere se merita l’ergastolo, dopo il via libera alla richiesta di giudizio immediato dei pm Stefano D’Arma e Paola Conti.

Fu proprio la dottoressa Conti, a settembre, su segnalazione dei carabinieri, nonostante l’assenza di denuncia, a intuire la pericolosità delle condotte dell’imputato, chiedendone l’allontanamento dalla moglie e dal figlio, nei confronti dei quali le minacce di morte sarebbero state all’ordine del giorno. E fu sempre lei, a ottobre, a chiederne il processo immediato. Non è bastato. 

Silvana Cortignani


 Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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