Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf
Viterbo – “Morte di Hassan Sharaf, che sia fatto un unico processo per tortura davanti alla corte d’assise”. Per ora sono imputati di abuso dei mezzi di correzione due penitenziari. Secondo i legali degli eredi all’appello mancano però altri soggetti, tra cui un medico di Belcolle. Sul caso sono in corso ulteriori indagini della procura generale.
Un processo per tortura e altri ben più gravi reati in corte d’appello è l’auspicio dei difensori di parte civile dei familiari del detenuto 21enne egiziano morto il 30 luglio di quattro anni fa a Belcolle, dove è giunto in coma nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018, una settimana dopo essersi impiccato nella cella del reparto d’isolamento del carcere di Mammagialla nella quale era stato condotto appena due ore prima.
A processo davanti al giudice Elisabetta Massini per uno schiaffo sferrato al 21enne mezzora prima della tragedia sono finiti (per abuso di mezzi correzione in concorso, aggravato da abuso di potere) due agenti penitenziari, la cui posizione è stata stralciata a suo tempo dal fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio aperto dalla procura.
Mammagialla – Uno screenshot del video in cui si vede Hassan Sharaf chiedere aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia
Fascicolo per istigazione al suicidio di cui la procura, dopo avere individuato i due penitenziari, aveva chiesto l’archiviazione, ma che lo scorso 13 dicembre è stato avocato dalla procura generale della corte d’appello di Roma, su richiesta dei difensori che assistono madre, sorella e un cugino.
“Sharaf, prima di impiccarsi in cella, aveva disperatamente chiesto aiuto, procurandosi dei tagli per i quali avrebbe dovuto essere immediatamente trasferito in infermeria. Invece, come documentato dalle immagini nitidissime delle telecamere della videosorveglianza interna, è stato schiaffeggiato e abbandonato a se stesso in isolamento”, hanno ricordato al giudice gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, chiedendo di visionare integralmente in aula il filmato, “non solo l’ultima mezzora, ma le due ore trascorse dal suo arrivo in isolamento”.
Barelli e Andreano, lo scorso 9 agosto, hanno presentato una denuncia-querela chiedendo l’iscrizione nel registro degli indagati per tortura, omissione di soccorso, omicidio colposo e falso in atto pubblico di 5-6 persone, indicate per nome e cognome, compresi gli attuali imputati, tra i quali un medico di Belcolle che avrebbe prodotto un falso certificato di idoneità all’isolamento, postumo al ricovero in rianimazione di Hassan Sharaf.
“Visto che la procura generale, avocando il fascicolo, ha aperto un’indagine, che dovrebbe chiudersi nel giro di 2-3 mesi, ci auguriamo nella direzione da noi auspicata di un processo in corte d’assise, chiediamo uno sospensione dell’attuale processo per procedere a un’eventuale unificazione, visto che gli attuali imputati sono indagati anche nell’altro procedimento, consapevoli che potrebbe esserci anche una richiesta di archiviazione”, hanno fatto istanza al giudice Massini la quale, rinviando al 7 luglio per sentire le altre parti, si è riservata la decisione.
Nel frattempo è stata rigettata l’eccezione di nullità del decreto di citazione a giudizio del ministero della giustizia, rappresentato dall’avvocato dello stato Giorgio Santini. Gli imputati sono difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

