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Viterbo – Si sa che in guerra (e ci siamo) notizie e immagini, giornali e tv sono da prendere con le molle. Ognuno ha la sua disinformazione da piazzare per far conoscere solo quel che gli conviene e non i fatti, la verità che dovranno invece cercare gli studiosi per scrivere la storia, della quale saranno prove i documenti e i luoghi. Come la basilica di Santa Sofia a Roma, dove domenica è andato il presidente della Repubblica e che dei rapporti fra russi e ucraini è testimonianza visibile.
La fece costruire nel 1963, riproducendo quella di Kiev, un ucraino ex condannato alla galera e poi ai lavori forzati dai russi, i quali, liberata quella terra dall’occupazione tedesca, se ne fecero padroni, soffocando, come sapevano, le rivolte di chi reclamava indipendenza. Quel galeotto si chiamava Josyp Slipyj, non era un rivoluzionario e di professione faceva il vescovo.
Quando i russi gli chiesero di persuadere i connazionali ad abbandonare la lotta per l’indipendenza, si rifiutò, venne arrestato, umiliato anche dagli cristiani ortodossi del patriarcato di Mosca, tenuto otto anni in prigione, cinque in Siberia ed altri quattro ai lavori forzati. Lo fece liberare Nikita Kruscev, il capo dell’Urss succeduto a Stalin, per accreditare anche così il nuovo corso che stava imponendo al suo paese e al comunismo.
Quando Slipyj arrivò alla stazione Termini di Roma non trovò grandi accoglienze, perché ai diritti e al martirio di un uomo che impersonava un popolo oppresso la curia antepose l’interesse a non irritare il nemico col quale aveva ancora tante cose da trattare, ma poi fu fatto cardinale, e lui, finché visse, andò in tutto il mondo a testimoniare “con le sue cicatrici la persecuzione” del popolo ucraino.
Questa è storia e fa riflettere in questi giorni di tragedia e di pericolo di una guerra inimmaginabile perfino nei tempi dello scontro al calor bianco tra occidente e Unione sovietica. Quando si ricorreva certamente alle minacce, ai riarmi e disarmi in sequenza, a fughe tragiche ma territorialmente limitate (Ungheria, Cecoslovacchia, Siria, Libano, Libia, Iran, Kosovo), ma poi il confronto e il dialogo risolvevano.
Diplomazie spesso dai toni forti, talora ruvidi, come quella volta che Kruscev, all’Onu, per meglio drammatizzare lo scontro, si tolse una scarpa e la batté vigorosamente sul podio da cui parlava.
Lenin, il fondatore dell’Urss, confessò lo stesso Kruscev al giornalista americano Norman Cousins, “perdonava ai nemici, Stalin ammazzava gli amici… La gente non è più stalinista, ma continua a vivere nel terrore e io come potevo dire al popolo che Stalin era un pazzo?”
Corsi e ricorsi storici? Meglio non pensarci, ma è storia che quando Stalin morì, comunisti e socialisti di Roma ne celebrarono il funerale laico al teatro Valle dove, sullo sfondo del palcoscenico, sotto un grande ritratto del dittatore, era scritto “Stalin è morto ma la sua opera e il suo pensiero sono immortali”.
Nelle stesse ore Alcide De Gasperi, capo del fronte opposto, riferendosi “all’opinione di chi attribuisce all’influsso personale di Stalin l’esitazione a scatenare una guerra” si augurava “che i suoi successori lo accettino come norma di saggezza”.
Così pareva fosse. Almeno fino al 24 febbraio 2022.
Renzo Trappolini
