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“Rapporti amicali tra il fratello del boss Rebeshi e le presunte vittime…”

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Il blitz del 28 novembre 2019 in cui è stato arrestato David Rebeshi (nel riquadro il fratello Ismail)

Il blitz in cui è stato catturato David Rebeshi (nel riquadro il boss Ismail, secondo l’accusa mandante delle estorsioni ai danni di due imprenditori viterbesi)


Viterbo – “Col ristoratore si sono salutati come fratelli, baci, abbracci, pacche sulle spalle e strette di mano. Pure col commerciante di auto il rapporto era amicale”.

Così hanno parlato dei rapporti tra David e i due imprenditori viterbesi presunte vittime di estorsione con metodo mafioso i tre albanesi condannati a 8 anni e 4 mesi in secondo grado (con lo sconto di un terzo della pena dell’abbreviato) in quanto ritenuti complici dei fratelli David e Ismail Rebeshi nel processo cosiddetto “mafia viterbese bis”.

E’ quello scaturito dal presunto tentativo di “recupero crediti” con metodo mafioso ordinato dal boss in carcere, ripreso ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, con un’udienza fiume durata oltre cinque ore – il grosso della quale in lingua albanese con la traduzione di un’interprete – il procedimento a David e Ismail Rebeshi, difesi dall’avvocato Roberto Afeltra.

Il pm antimafia Fabrizio Tucci, nel corso dell’udienza, ha parlato di “meccanismo a catena” e ventilato una possibile riqualificazione del reato. Secondo la difesa, invece, le minacce in lingua albanese sarebbero state delle parolacce tipiche dell’intercalare dialettale del paese d’origine degli imputati. 

In tre giorni – il 26, 27 e 28 novembre 2019 – David e Ismail sarebbero stati rispettivamente esecutore e mandante delle estorsioni a carico di un ristoratore viterbese che gestiva un locale a Tuscania (parte civile con l’avvocato Luigi Mancini) e di un commerciante di auto viterbese che gestiva una rivendita a Monterosi. 


Mafia viterbese

Il boss Ismail, già arrestato per droga e mafia viterbese, avrebbe dato ordini dal carcere al fratello David


Dalle vittime – i Rebeshi e i tre connazionali complici – avrebbero preteso complessivamente attorno ai 9mila euro. Con le cattive, secondo il pm Fabrizio Tucci della Dda di Roma, che ha coordinato le indagini dei carabinieri: 4mila euro dal ristoratore per una macchina “tarocca” venduta all’autosalone del boss di mafia viterbese da un suo amico commercialista e 5mila euro dal commerciante di auto per lo smaltimento di alcuni mezzi rimasti nel piazzale dell’autosalone di Rebeshi dopo il suo arresto, il 26 novembre 2018, per traffico di droga in Sardegna nell’ambito dell’operazione Ichnos. 

I tre complici dei Rebeshi, due difesi da un’avvocata di madrelingua albanese e uno da Samuele De Santis, sono stati interrogati, su richiesta della difesa, dalle carceri di Voghera e Vicenza, in video collegamento con l’aula di corte d’assise del tribunale di Viterbo. Solo uno, di 32 anni, parla l’italiano, mentre gli altri due, di 24 e 25 anni, hanno avuto bisogno del traduttore.

Tutti hanno concordato nel dire che, pur non capendo cosa David e il ristoratore si dicessero, la sera del 26 novembre 2019, quando sono andati in quattro nel suo locale a cena, l’accoglienza sia stata calorosa: “Si sono abbracciati e hanno detto di essere amici di famiglia”.

Avrebbero sentito di soldi dovuti da una terza persona per una macchina, ma non avrebbero né fatto, né assistito a minacce. “Lui e David hanno parlato per qualche minuto tra loro in italiano, non sappiamo di cosa, tenendosi a braccetto. Quando abbiamo pagato e siamo venuti via, il ristoratore ha dato la mano a tutti”, hanno detto i testimoni.

E qui è intervenuto un colpo di scena, quando è emerso che le minacce in albanese sentite da un cameriere macedone e riportate nella carte dell’accusa in realtà sarebbero state – come confermato dall’interprete – solo “due parolacce di quelle brutte brutte”, dette in dialetto e tradotte male, cui la stessa interprete ha avuto difficoltà a trovare un corrispettivo di senso in italiano (“ti scopo tutta la famiglia” o qualcosa del genere).

Il giorno successivo, il 27 novembre 2019, David Rebeshi e il terzetto, con due macchine, sarebbero andati a Monterosi, dove avrebbero inseguito e bloccato nella piazzola di un distributore e minacciato di morte, terrorizzandolo, il commerciante di vetture, da cui avrebbero preteso 5mila euro.

“Lo abbiamo incontrato dopo che avevamo visto una macchina che ci interessava all’autosalone, dove però lui non c’era, così David gli aveva fatto una telefonata. E poi tutti sanno che ai distributori ci sono le telecamere. Guardate i filmati, noi nemmeno siamo scesi dalla macchina”, hanno detto i testi. Nemmeno il commerciante è sceso: “David gli si è avvicinato al finestrino e poi è scappato. E’ stato da ridere. In precedenza li avevo sempre visti baciarsi e avere un rapporto amicale”, ha spiegato il più grande dei tre albanesi, riferendosi agli altri due come suoi cugini. 

Il 28 novembre 2019, infine, giorno dell’arresto, i quattro sono caduti nella trappola tesa dal ristoratore assieme ai carabinieri, che li avrebbe convinti a tornare a Tuscania con la scusa che era riuscito a contattare il commercialista da cui rivolevano i 4mila euro dell’auto tarocca.

“David ci ha detto di andare, che tanto era un cosa di cinque minuti, e che poi avremmo proseguito per Roma, come da programma, per fare delle compere in un centro commerciale”, ha detto il 32enne, collegato dal carcere di Vicenza. 

David Rebeshi sarebbe entrato nel locale verso mezzogiorno assieme a uno dei due albanesi ventenne, mentre l’altro e il trentenne aspettavano fuori. “Per strada circolava gente strana, che non mi piaceva, scattavano delle foto, ho avuto paura che potessero essere persone di Rebeshi oppure del ristoratore, mi sono spaventato”, ha detto rispondendo a una precisa domanda del pm il 32enne.

Quando si sono avvicinati con la macchina all’ingresso del ristorante per recuperare il fratello del boss e l’altro albanese, avrebbero visto il passaggio di 200-300 euro. “Se avessi pensato di stare commettendo un reato, me ne sarei andato, ma non stavo facendo niente di male”, ha proseguito, sempre il 32enne. Quindi sono stati tutti circondati da una decina di carabinieri in borghese e arrestati. 

Il processo riprenderà il prossimo 7 giugno.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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