Viterbo – Gentile direttore Galeotti, la ringraziamo per aver sollevato un dibattito pubblico sul futuro di Viterbo, da cui sono emerse riflessioni e proposte interessanti e soprattutto un’attenzione e una sollecitudine per il futuro della città, che di rado era stata manifestata in precedenza dalla cittadinanza.
Ci sembra dunque opportuno un intervento anche da parte del Comitato che unisce i residenti del quartiere San Pellegrino, uno dei più antichi della città, sicuramente quello che ne rappresenta la storia e i caratteri originari.
Maria Elena Pierini – Comitato San Pellegrino
Ormai da anni ci battiamo perché vengano restituiti dignità e decoro a tutto il centro storico e sosteniamo la nostra “visione” di Viterbo come città d’Arte e di Cultura, con una precipua vocazione turistica.
Come lei ha giustamente rimarcato, la stratificazione storica ha lasciato un’eredità di testimonianze architettoniche e artistiche che costituiscono un patrimonio di grande rilievo, disseminato non solo all’interno delle mura cittadine, ma anche in tutta la provincia. Da qui può prendere inizio una rinascita della città in senso cultuale ed economico, solo che Viterbo riesca a promuovere e valorizzare il suo patrimonio cittadino e quello del grande territorio che le fa capo, con sapienti intese di cooperazione con le frazioni e i comuni più rappresentativi, con la formulazione di pacchetti turistici, con la organizzazione di eventi di forte rilievo culturale ed artistico.
Un turismo culturale, stanziale e non frettoloso, come è per lo più il turismo attuale, potrebbe fare da volano alla rinascita di Viterbo, sollecitando tutta una serie di interventi indispensabili ad una sua attuazione: non si può pensare ad uno sviluppo in senso turistico senza aver risolto il problema dei parcheggi o dei trasporti urbani e dei collegamenti extraurbani, senza aver ripensato il sistema della viabilità interna, con la chiusura al traffico del centro storico, senza piattaforme informatiche adeguate alle sfide del presente.
E non si può tralasciare la grande risorsa costituita dalle acque termali, finora mai valorizzate, nonostante fossero note e ampiamente frequentate fin dall’epoca romana e quasi sicuramente in epoca etrusca, se è vero che esisteva un antico insediamento etrusco sul colle del Duomo identificabile come Surina vetus, la città vecchia appunto, la città di Suri, divinità etrusca del mondo sotterraneo. Ma questa è materia degli archeologi. L’amministrazione cittadina potrebbe intanto valorizzare la necropoli di Poggio Giudio e magari organizzare un’esposizione dei materiali emersi dalla ripulitura delle tombe ad opera della Società pro Ferento, che aprono scenari interessanti sul passato della città e dovrebbe valorizzare le acque promuovendo la nascita di nuovi impianti termali (ma per carità niente nuove palazzine e nuovi brutti quartieri dormitorio periferici!).
Le acque di Viterbo hanno infatti goduto di ampia fama nel corso dei secoli, vengono citate e lodate da tutti i grandi viaggiatori che hanno percorso la via Francigena, Montaigne nel suo “Viaggio in Italia” afferma: “questa acqua ha grandissimo grido e se ne porta via con some per tutta l’Italia”. Andrea Bacci nel “De thermis” (1571) giudica i bagni di Viterbo come i migliori del mondo. E tanti altri attestati si potrebbero citare.
Ma il primo passo, non procrastinabile, deve essere quello di dedicare tutte le risorse necessarie per la riqualificazione del centro storico, a partire dal rifacimento del piano stradale di San Pellegrino, dall’eliminazione di fili elettrici volanti, dalla correzione, dove è possibile, di interventi incongrui effettuati nel corso degli ultimi anni; e poi migliorare la pulizia, contenere gli eccessi della vita notturna, sostenere le attività artigianali e commerciali che ancora resistono.
Ma è anche necessario cercare di attirare nuovi residenti verso il centro storico perché, è bene non dimenticarlo, un centro storico mantiene il suo carattere e il suo “genius loci” solo fin quando è anche un centro vivo, con le sue botteghe di prossimità, gli artigiani, gli uffici, le famiglie.
I cittadini sono i primi custodi dello spirito del luogo, che è vivo se il luogo è vissuto di vita vera e non solamente dal via vai di persone con la valigia in mano. A quel punto diventa una scenografia per un passatempo momentaneo, un luogo “finto” omologato a mille altri luoghi devastati dal turismo di massa.
Ben venga l’albergo diffuso (ma forse non tutti si sono accorti che nel centro di Viterbo esistono già moltissime attività ricettive; forse il problema non è quello di crearne molte altre ma, talvolta, di migliorarne la qualità), ma pensare al centro storico come a una “bomboniera” sembra piuttosto riduttivo ed evoca proprio un qualcosa di artificioso e non autentico. L’arretratezza nello sviluppo turistico dà a Viterbo anche l’opportunità di far tesoro degli errori compiuti da altre città storiche e artistiche di medie dimensioni come Viterbo (l’esperienza di Cortona può servire da esempio) che hanno perso quasi del tutto la loro identità e quindi il loro fascino.
Intendiamoci, rispettare lo spirito del luogo non vuol dire imbalsamarlo e trasformarlo in un museo, ma mettere in luce la sua identità, magari anche declinandola in modo nuovo, ma senza distruggere il suo incanto nascosto.
Viterbo ha assoluto bisogno di regole da rispettare: in centro storico non c’è mai stato un piano quadro ed uno dei pochi strumenti in grado di definire la qualità degli interventi edilizi è il solo Regolamento dell’ornato che però non definisce gli aspetti cromatici, alimentando notevole confusione nell’implementazione delle trasformazioni edilizie; anche il piano del commercio andrebbe potenziato includendo considerazioni rilevanti sulle attività economiche consone all’identità territoriale di un così delicato ambito. La mancanza di regole e l’ancoraggio ad uno strumento urbanistico degli anni 70 produce non poca confusione nell’attività autorizzativa e regolativa e la mancanza di un vero e proprio piano attuativo del centro storico, introdotta dallo stesso piano regolatore del 1979, diventa ormai una carenza strutturale e programmatica che la città non può più permettersi.
Ci rendiamo conto che il futuro da noi delineato e anche i programmi espressi nei numerosi interventi che abbiamo letto in questi giorni, richiedono decisione, autorevolezza, preparazione, ma ci auguriamo che chiunque si trovi nel prossimo futuro ad essere investito della responsabilità di accompagnare finalmente Viterbo verso una crescita moderna sia consapevole della gravosità del compito che assume e sia attrezzato delle competenze necessarie a intraprendere questo percorso.
Maria Elena Pierini
Comitato di Quartiere San Pellegrino
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