Viterbo – Quaranta persone, di cui 14 bambini dell’orfanotrofio di Kharkiv in Ucraina, città distrutta dai russi e dalla guerra. Tante le donne e i ragazzi portati in salvo dalla missione organizzata dalla onlus Ripartiamo cui la fotografa Lietta Granato ha preso parte. Un viaggio al confine tra Polonia e Ucraina iniziato mercoledì e finito sabato, quando tutti sono tornati in Italia.
“E’ un viaggio che non dimenticherò mai – ha detto Lietta Granato -. La mia generazione non sa cosa significa la guerra. Al confine con l’Ucraina ho visto l’assurdità della guerra. E’ assurdo che una persona debba scappare dal proprio paese, mettere tutto in una piccola valigia e ricominciare da un’altra parte che non conosce. Non ha alcun senso”.
Guerra in Ucraina – Il viaggio di ritorno dei profughi dalla Polonia – Foto Lietta Granato
Lietta Granato, come sei arrivata al confine con l’Ucraina?
“Mercoledì a pranzo, una settimana fa, mi ha telefonato Antonella Sordelli, la governatrice della Misericordia. Mi ha detto: ‘Lietta, ti va di venire con noi in Polonia, al confine con l’Ucraina, questa sera?’. Erano mesi che non la sentiva. Aveva pensato a me perché sono bilingue e lì c’era bisogno di una persona pronta a partire e che sapesse bene l’inglese. Dopo poche ore ero sopra un volo per Varsavia. Per una missione organizzata dalla Ripartiamo onlus e dalla sua presidente Francesca Chaouqui”.
In cosa consisteva la missione?
“La missione puntava a recuperare 14 bambini dell’orfanotrofio bombardato dai russi a Kharkiv. Stavano per passare il confine e noi dovevamo recuperarli in Polonia. In un paese al confine con l’Ucraina che si chiama Korczowa”.
Una volta arrivati in Polonia cosa avete fatto?
“A Fiumicino, mercoledì sera, ci siamo incontrati con tre volontari della Ripartiamo onlus: Lorenzo, Giuseppe e Daniele. Da Fiumicino arriviamo a Varsavia e il giorno dopo, giovedì mattina, prendiamo un pullman a noleggio e attraversiamo tutta la Polonia e arriviamo al confine con l’Ucraina, a Korczowa”.
Lietta Granato e Antonella Sordelli
Quale è il clima che si respira al confine tra Polonia e Ucraina?
“Mano mano che ci avvicinavamo l’atmosfera diventava sempre più tesa. A Cracovia si vedevano molti mezzi militari per strada, anche negli autogrill”.
Una volta al confine cosa è successo?
“Ci hanno fermati. Nessuno si può avvicinare alla linea di confine vera e propria. E ci hanno mandati nel centro commerciale Hala Kijovska a Korczowa dove tutti i giorni l’esercito polacco con un pullman porta gli ucraini che sono riusciti a superare la frontiera. Il centro commerciale è stato svuotato ed è diventato un centro di prima accoglienza per i profughi. Le persone che arrivano al centro vengono sistemate al suo interno, sulle brandine, oppure accolte da famiglie e strutture in tutta la Polonia. Altri vengono mandati all’estero”.
Quale è stato il clima che avete trovato all’interno del centro commerciale?
“Un clima di disperazione quieta. C’erano tanta paura e altrettanta tristezza. Ma c’era anche molta dignità. E questa cosa mi ha colpito molto. Anche nel modo di lasciare il proprio paese per sempre. L’atmosfera era frenetica, ma ho visto pure molta dignità e molta calma”.
Guerra in Ucraina – Il centro commerciale di Hala Kijovska a Korczowa – Foto Lietta Granato
Chi c’era all’interno del centro?
“Tutte donne e tutti bambini. Uomini e ragazzi, e questo veniva detto all’interno del centro, erano rimasti tutti in Ucraina a combattere per il proprio paese. Poi le persone che entrano al centro lo fanno in maniera ordinata e composta. L’atmosfera era comunque surreale. Si sapeva che all’interno del centro di prima accoglienza c’erano migliaia e migliaia di profughi arrivati da poco da una guerra. Dall’altra però c’era pure uno che vendeva la pizza per rasserenare la situazione. A un certo punto abbiamo sentito anche la musica di un pianoforte. Io e Antonella Sordelli ci siamo avvicinate per venire e abbiamo visto un ragazzo che suonava un pianoforte a rotelle con il simbolo della pace. A quel punto ci siamo messe a parlare con lui e abbiamo scoperto che era di origine italiana. Si chiama Daniele Martello, nato in Germania da genitori italiani. Si era messo in marcia dalla Germania per andare al confine e suonare musica per i profughi. Per rendere il clima più sereno”.
Quante persone avete portato in salvo?
“14 bambini e la loro tutrice legale. Questo era l’obiettivo della missione. Poi, quando ci siamo rese conto che sul pullman c’erano altri posti liberi, allora abbiamo portato con noi altre persone. Una quarantina in tutto. Tra loro ci sono anche due atlete. Tutte donne e tutti bambini”.
Il viaggio di ritorno come è andato?
“Abbiamo deciso di tornare in pullman e non in aereo. Un ritorno durato 25 ore fatte tutte d’un fiato attraversando Polonia, Repubblica Ceca, Austria e infine l’Italia, dove al confine la polizia ci ha fatto un controllo chiedendoci solo se avevamo uomini a bordo. Il viaggio è stato molto lungo con un misto di paura, tristezza e disperazione. Queste persone hanno dovuto abbandonare la loro terra. Con il dubbio se potranno mai tornare o no. Le persone che sono tornate con noi vengono da Kharkiv, che è stata completamente rasa al suolo. Prima di arrivare in Italia, giovedì sera, abbiamo dormito in un monastero ortodosso polacco che può ospitare fino a 800 persone. La mattina dopo siamo ripartiti e sabato nel pomeriggio siamo arrivati a casa”.
Guerra in Ucraina – I profughi al centro di prima accoglienza in Polonia – Foto Lietta Granato
Dove sono state portate le persone?
“A Latina, Bologna, Cattolica e Milano. Tutte le persone avevano già un contatto in Italia. I bambini avevano il contatto di una parrocchia ortodossa a Cattolica”.
Cosa porti con te da questo viaggio?
“La felicità di aver partecipato alla missione, innanzitutto. E’ un viaggio che non dimenticherò mai. La mia generazione non sa cosa significa la guerra. Al confine con l’Ucraina ho visto l’assurdità della guerra. E’ assurdo che una persona debba scappare dal proprio paese, mettere tutto in una piccola valigia e ricominciare da un’altra parte che non conosce. Non ha alcun senso”.
Cosa vi hanno detto le persone tornate in Italia con voi?
“Pochissime cose. L’attenzione era rivolta a rasserenarli e a giocare con i bambini. Una cosa però ce l’hanno detta. Che anche i senza tetto raccoglievano le bottiglie per terra per farci le molotov e tirarle contro i russi”.
Daniele Camilli
Fotocronaca: Il viaggio al confine con l’Ucraina



