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Biden, Putin, don Camillo e Peppone

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Viterbo – Sarà pure perché c’è internet e la tv la sanno fare meglio sia i tecnici che i giornalisti, ma dal 24 febbraio si vive – e nel mondo, non solo qui da noi – come se la guerra d’Ucraina non fosse solo uno di quella trentina di conflitti che uccidono, stuprano, immiseriscono nazioni in quasi ogni continente. Ad esempio, di Baghdad o del Golfo e perfino Tripoli o Belgrado , a un tiro di schioppo da noi, ci hanno raccontato solo in tempi e modi, con parole e immagini che non lasciavano gran segno nel nostro quieto trantran di decenni senza guerre.  


Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Chi dice di saperne la ragione racconta del boia sanguinario alla testa di un popolo succube, il quale vuole riprendere il disegno imperiale che fu un tempo degli zar con annessi patriarchi ortodossi e poi dell’URSS, cioè del comunismo militante per il potere del proletariato in tutto il mondo, non solo a Mosca o nei paesi del Comintern. Vladimir Putin, che, di punto in bianco – come se la questione non andasse avanti almeno dal 2014 – invade l’Ucraina perché questa non riconosce, anzi avversa, l’autonomia del confinante Donbass.

Poteva essere una delle tante guerre che alle rivendicazioni etniche affida il compito di nascondere le vere mire rappresentate da ricchezze naturali, collegamenti terrestri e marini col resto del mondo, salvaguardia degli interessi propri rispetto a concorrenti che ne hanno, naturalmente, di analoghi.

Storia dei conflitti di sempre, che, dalle nostre parti, non sono una novità se, dalla caduta dell’impero romano alla repubblica italiana, non ce ne siamo mai fatti mancare. Gli italici del quattro cinquecento e secoli a seguire si uccidevano urlandosi insulti nella stessa lingua, come in gran parte avviene oggi tra i geli dell’Ucraina. Quasi una guerra civile, vista la storia, le tradizioni,  le connessioni anche famigliari dell’aggressore e dell’aggredito. Anche allora, peraltro, con sostegni, incitamenti e interventi, attenzioni e disattenzioni di potenze estere che, sul campo di battaglia altrui, si giocano voglie di sopraffazione e di dominio.

Con qualcosa in più oggi a Kiev. Da un lato, la rivincita imperialista della Grande Russia, non più comunista. Dall’altro, la reazione degli USA minacciati nel ruolo di prima superpotenza mondiale, alle prese ormai con i rischi delle sanzioni economico finanziarie da loro stessi decise, che addirittura paiono lambire il primato storico del dollaro nei commerci internazionali. Infine, con più della metà della popolazione terrestre, dalla Cina al Brasile, all’India fino al Sudafrica (i paesi  BRICS), pronta a darsi regole e accordi planetari insieme a Mosca. Bruxelles frattanto indecifrabile o quasi e Biden a ipotizzare golpe diretti o indiretti per deporre Putin.

Immemore, l’americano, della storia della vecchietta di Dionigi che aveva sperimentato come dopo ogni tiranno sostituito ne fosse seguito uno peggio, ma anche della battuta del cinematografico don Camillo che rassicura così Peppone e compagni, impauriti dal ritratto del nuovo capo dell’URSS inaspettatamente nominato: “Se volete sapere la mia, in confronto a questo, Stalin era un bignè”. Poi, venne Putin.

Renzo Trappolini


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