Viterbo – (sil.co.) – Pistola alla bocca, guardia giurata minaccia la moglie di fare una strage familiare: “Se mi lasci ti ammazzo, poi mi sparo”.
I fatti contestati all’imputato risalgono a cinque anni fa, ma per la sentenza bisogna ancora aspettare il prossimo 12 ottobre. Il processo, nel frattempo, è ripreso mercoledì davanti al collegio del tribunale di Viterbo che ha ascoltato un passante che avrebbe assistito a un’aggressione alla ex ai giardinetti e il padre dell’ex vigilante. Fra sei mesi sarà sentito l’ultimo teste della difesa, ovvero il fratello, dopo di che, salvo imprevisti, si procederà con la discussione.
Al centro del processo la burrascosa fine della relazione durata dieci anni, otto dei quali di matrimonio, di una coppia con tre figli, due femmine in tenera età più un maschio adolescente, nato da una precedente relazione della donna, che nell’agosto 2017 ha denunciato l’uomo, difeso dall’avvocato Giovanni Labate, accusato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale aggravati. Il processo è entrato nel vivo il 2 febbraio 2021 con la testimonianza della vittima, parte civile con l’avvocato Luigi Mancini.
All’uomo viene contestata la circostanza aggravante (di cui all’art. 577 c.p.) della violenza sessuale commessa in ambito matrimoniale, valida anche in caso di separazione, ovvero la cosiddetta “aggravante del rapporto di coniugio” prevista anche per il reato di omicidio. Nello specifico il massimo della pena sale a dieci anni, con la conseguenza che l’imputato ha diritto di essere giudicato da un collegio composto da tre giudici togati.
Il difensore Giovanni Labate
“Se mi lasci ti ammazzo poi mi sparo”
Tutto sarebbe nato dai tradimenti dell’imputato che, a più riprese, tra il 2012 e il 2017, avrebbe avuto una relazione extraconiugale con una donna della stessa cerchia di amici frequentata dalla coppia.
L’ex moglie, dicendo di essere stata spesso ingiuriata e presa anche a calci dal marito nel corso degli anni, ha raccontato di come la situazione tra loro sia precipitata una sera di maggio di cinque anni fa, quando sarebbe stata picchiata selvaggiamente dal marito per futili motivi.
Non avrebbe denunciato prima per paura: “Lui ha un’arma, è vigilante, ci giocava a parole, me la mostrava a mo’ di minaccia, se lo avessi lasciato. Apriva anche la finestra e diceva che si sarebbe buttato di sotto”, ha spiegato in aula lo scorso 2 febbraio.
Il 28 luglio 2017 l’avrebbe chiusa a chiave in camera, puntandosi la pistola alla bocca, dicendo “se mi lasci ti ammazzo, poi mi sparo”.
“Coi bambini di là – ha detto la vittima – poi si è tirato giù i pantaloni e ha fatto quello che voleva fare, mentre io stavo zitta per paura che prendesse l’arma che aveva rimesso carica nell’armadio”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
