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Perdona l’ex che ha denunciato per stalking: “Ma non deve passare davanti a casa mia”

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Viterbo – (sil.co.) – Perdona l’ex che ha denunciato per stalking: “Ma non deve passare davanti a casa mia”. Assolto l’imputato, la cui abitazione è a pochi metri da quella della vittima. Tanto che quando è stato sottoposto a divieto di avvicinamento è stata fissata una distanza di appena 50 metri. 

E’ finita male la relazione di una coppia fidanzata per ben otto anni senza mai andare a convivere o pensare al matrimonio. 

Lei, una cinquantenne che nel 2020 ha denunciato due volte il suo ex, prima di Pasqua lo ha salvato da una possibile condanna per stalking rimettendo in aula la querela, su richiesta dello stesso imputato.

Lo ha perdonato. “Non voglio fargli del male”. ha detto la donna. Poi ha aggiunto: “Ma deve stare al posto suo, spero abbia capito la lezione, non deve passare davanti a casa mia”.

Cosa complicata, visto che abitano nello stesso quartiere di un piccolo centro della provincia di Viterbo, dove è facilissimo incontrarsi anche semplicemente uscendo per andare a comprare il pane.


Carabinieri - foto d'archivio

Carabinieri – Foto d’archivio


Era novembre del 2020 quando la cinquantenne ha denunciato per la seconda volta il suo ex ai carabinieri, scoprendo che l’uomo, con cui aveva chiuso in maniera irrevocabile durante il lockdown, l’aveva seguita mentre si recava a un appuntamento con un nuovo spasimante.

Si era già recata dai carabinieri a fine agosto, quando le aveva telefonato mentre stava cenando nella sua abitazione con la nipote, una bambina, intimandole di far uscire l’uomo che secondo lui si era portata a casa.

“Fallo uscire”, le avrebbe urlato al telefono, offendendola pesantemente col solito campionario di insulti tipo “puttana”, “sanno tutti con chi vai” e simili.

“Non ci vedevamo da marzo, quando gli avevo detto che tra noi era finita, perché non c’era più sentimento da parte mia”, ha spiegato la vittima al processo celebrato nei giorni scorsi davanti al giudice Elisabetta Massini in cui l’ex, tuttora sottoposto alla misura cautelare del divieto di avvicinamento a meno di 50 metri, era imputato di stalking. 

L’imputato le stava telefonando dal cancello. “Urlava in mezzo alla strada, dava calci al cancello, continuava a offendermi con insulti pesantissimi, mentre mia nipote piangeva terrorizzata. La piccola sarebbe dovuta restare a dormire da me quella notte, invece ho dovuto chiamare mia sorella che l’ha dovuta portare via perché era inconsolabile. Da allora ogni volta che entro in casa, dove abito da sola, do un giro di chiavi alla porta per la paura che mi è rimasta. Per me è stato un episodio gravissimo, che mi ha segnato per la vita. Non si è nemmeno scusato con mia sorella e mio cognato per avere spaventato a morte la bambina”. 

Nelle settimane successive, dopo averlo bloccato al telefono, la cinquantenne avrebbe avuto la sensazione di essere seguita, fino all’episodio clou dell’appuntamento. “Non in paese, ma in un centro diverso da quello in cui viviamo io e il mio ex, e per giunta in una strada secondaria. Non può essere stato un caso, mi stava sicuramente pedinando”, ha proseguito, spiegando la decisione di sporgere nuovamente querela. 

La difesa, chiedendole se dopo due anni non fosse disponibile a ritirare la denuncia, ha sottolineato come parte offesa e imputato siano tuttora vicini di casa e come sia praticamente impossibile non incrociarsi, il che spiega il perché dei soli 50 metri del divieto di avvicinamento.

La donna, perdonando l’imputato, ha confermato che tra le rispettive abitazioni ci sono poche decine di metri. Ma ha fatto capire a chiare note che non può essere una scusa.”Deve stare al posto suo, spero abbia capito la lezione, non deve passare davanti a casa mia”, ha detto in aula, rivolgendosi all’imputato, che si è impegnato dicendo di essersi nel frattempo rifatto una vita.

Il giudice, vista la remissione di querela, lo ha assolto, come chiesto sia dalla difesa che dall’accusa, revocando anche la misura cautelare del divieto di avvicinamento. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 

 

 


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