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Si chiude a chiave in casa con la ex e tre figli piccoli, condannato a un anno

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Corchiano – (sil.co.) – Accusato dalla ex di maltrattamenti aggravati in famiglia, è stato condannato ieri a un anno di reclusione con sospensione della pena per violenza privata, dopo che la stessa presunta vittima ha ridimensionato l’accaduto nel corso del processo.

Nessun dubbio che l’uomo si sia chiuso a chiave con lei e i tre figli minori nell’appartamento al culmine dell’ennesima discussione quando lei, che non aveva voglia di litigare, gli ha preannunciato che sarebbe uscita e andata dalla mamma.

Il pubblico ministero Eliana Dolce aveva chiesto al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco di condannare l’imputato a una pena di due anni e mezzo di carcere. E’ stato assolto da maltrattamenti in famiglia, violazione di domicilio e danneggiamento, mentre il reato di sequestro di persona è stato derubricato e riqualificato come violenza privata, con la condanna a 12 mesi di reclusione. 


La pm Eliana Dolce

La pm Eliana Dolce ha chiesto la condanna dell’imputato


Alla sbarra un quarantenne d’origine marocchina residente a Corchiano, assistito dall’avvocato Luigi Mancini, in difesa del quale ieri hanno testimoniato le due giovani sorelle di 26 e 28anni, ammettendo che i litigi della coppia erano frequenti.

Dopo quattro anni di convivenza, l’ultima denuncia risale all’estate 2020 ed è sfociata nell’allontanamento e nel divieto di avvicinamento, ma ce n’erano già state altre due, nel 2018 e nel 2019, entrambe ritirate dalla parte offesa.

Presunte vittime, come detto, una mamma e i suoi tre bambini tra i 4 e i 12 anni, il più piccolo dei quali figlio dell’imputato. Sarebbero state proprio le grida disperate dei minori a far scattare pià volte  l’allarme da parte dei vicini.

“Era lei che veniva a cercarlo sotto casa nostra, quando si sono separati e lui è tornato a vivere in famiglia”, hanno detto le sorelle dell’imputato. “Lui si confidava con noi, era esasperato,abbattuto, perché di mezzo c’era anche un figlio, considerava la fine della relazione un fallimento. C’erano discussioni, sono intervenuti due volte i carabinieri, ma non non si può dire che fossero liti forti”, hanno sottolineato.

Agli atti gli screenshot di conversazioni whatsapp piene di rabbia, rancore e minacce. Il 5 luglio 2020, i carabinieri sono accorsi allertati dai vicini allarmati dalla urla. Lei: “Gli avevo detto che volevo chiudere, ma non se ne voleva andare”. La notte tra il 29 e il 30 luglio sono nuovamente intervenuti:”Aveva forzato la porta d’ingresso, dicendo che quella era casa sua e poteva entrarci quando voleva”.

“Quando si arrabbiava mi insultava, lanciava gli oggetti, mi spingeva, strattonava, mi buttava sul letto e prendeva a sputi, chiudeva la porta per non farmi andare via. Ma non mi picchiava, non mi ha mai dato uno schiaffo”, ha detto la ex alla prima udienza del processo col giudizio immediato, lo scorso 8 giugno, sottolineando come anche lei, in quei momenti, a parole avrebbe fatto la sua parte.

In tribunale giunse assieme al suo ex: “Ma non siamo tornati insieme”. Ne ha però abbondantemente alleggerito la posizione, con le sue frasi, ricordate una a una, durante la discussione, dal difensore. 

“Le liti erano sempre per futili motivi – ha spiegato la parte offesa, parlando del contrastato rapporto con l’imputato – poi, siccome ci volevamo bene, magari stavamo dalle rispettive madri per qualche giorno, quindi tornavamo insieme, ma ogni volta ricominciavano le discussioni”. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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