Viterbo – (sil.co.) – Accusato dalla ex moglie di averle sferrato una testata, rilancia: “Mi picchiava”.
L’ex moglie lo accusa di averle negato perfino i soldi per la spesa e di averle vietato di vaccinare il bambino costringendola a chiedere al giudice l’autorizzazione. Lo ha denunciato quando, il 7 maggio 2019, al culmine dell’ennesimo litigio, le avrebbe assestato due violente testate costringendola a ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso con una prognosi di venti giorni.
Imputato di maltrattamenti in famiglia aggravati e lesioni gravi un alto ufficiale delle forze armate, a lungo di stanza a Londra e poi venuto con la moglie e il figlioletto a vivere nel Viterbese.
La presunta vittima, che non si è costituita parte civile, è stata ascoltata in aula il 23 settembre 2020. Ieri è stata la volta dell’imputato, assistito dall’avvocato Marco Valerio Mazzatosta, interrogato prima dalla pm Eliana Dolce e poi dal difensore, davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini.
Per la difesa sono state sentite anche la madre, la sorella e la nipote del militare, nonché l’assistente sociale che ha raccolto ai servizi sociali lo sfogo dell’uomo: “Era preoccupato per la crescente aggressività della compagna”.
Marco Valerio Mazzatosta
Lei scriveva un diario
Le vessazioni, a detta della donna, sarebbero cominciate subito e già un anno dopo le nozze, nel 2014, lei avrebbe iniziato a scrivere un diario, consegnato agli investigatori, annotando uno a uno tutti gli episodi di umiliazione, violenza, aggressione fisica e verbale messi in atto dal marito.
Lui registrava
Ieri la difesa ha prodotto a sua volta le registrazioni di dieci conversazioni, nove ambientali e una telefonica. Si sentirebbe anche il figlioletto dire: “Mamma perché tratti male papà?”. Agli atti anche il doppio esposto, pin questura e ai servizi sociali, da cui emergerebbe la conflittualità reciproca della coppia, fino alla famosa testata (“una e non due”, secondo l’imputato) da cui è scaturita la denuncia.
“Mia moglie mi picchiava”
“Sono stato picchiato almeno 2-3 volte da mia moglie”, ha detto il militare, raccontando come la testata sia giunta al culmine dell’ennesima “tragedia greca”, un litigio per futili motivi legato all’acquisto di un capo d’abbigliamento per il figlio.
“Testata quando si è fatta sotto coi pugni”
“Io ero andato in camera col bambino, mentre lei di là inveiva contro la mia famiglia dando della puttana a mia madre e prendendo a calci pugni porte e muri. Un inferno. Ho provato di tutto per calmarla, ma niente. Ho fatto per uscire con nostro figlio in braccio, ma me lo ha impedito. Poi ha dato un calcio alla porta della camera da letto, spaventando a morte il piccolo”, ha proseguito.
“L’ho raggiunta e mi è venuta sotto la faccia coi pugni come faceva sempre, pronta a mettermi le mani addosso. E’ stato allora che le ho sferrato una testata”. La pm Dolce ha sottolineato come l’esito siano stati venti giorni di prognosi.
“Non ho negato i soldi, volevo essere al tampone”
Un padre presente. “Io volevo essere coinvolto soprattutto per le questioni medico-sanitarie, ad esempio quando portava mio figlio dal pediatra, ma lei mi esautorava, mi metteva davanti al fatto compiuto”. L’ex moglie lo accusa anche di averle negato i soldi per fare il tampone al figlio, una volta che all’asilo ci sarebbe stata un’epidemia di streptococco: “Quando mi ha telefonato, le ho solo detto che volevo esserci anche io, per cui, essendo al lavoro, ci saremmo andati insieme il giorno successivo”.
“Sono parsimonioso, non tirchio”
Secondo l’ex moglie, l’imputato, pur avendo uno stipendio di diverse migliaia di euro al mese, le dava solo 5 euro al giorno. Lui ha negato, sostenendo di averle anche estinto un debito col fisco quando erano ancora fidanzati e di averle prima lasciato per un periodo l’alloggio di servizio e poi di averle fatto da garante per la casa – “nonostante la denuncia, l’allontanamento, la separazione e il processo” – quando le versava già il mantenimento.
Si torna in aula il 15 giugno per la discussione.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
