Violenza sulle donne – foto di repertorio
Viterbo – (sil.co.) – E’ ripreso ieri a porte chiuse il processo per violenza sessuale all’uomo accusato dalla figlia minorenne di un amico di averla accarezzata e baciata in modo lascivo.
Davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco sono stati ascoltati per primi i professori dell’istituto superiore del capoluogo con cui la presunta vittima si sarebbe confidata, dopo l’allarme lanciato da due compagne di scuola, con le quali ci sarebbe stato anche uno scambio di messaggi.
Era il 2018 e la ragazza, all’epoca 17enne, parte civile con l’avvocato Paolo Delle Monache, avrebbe messo in atto gesti autolesionistici, ventilando propositi suicidi, a causa di problematiche familiari legate alla separazione dei genitori, raccontando di essere stata picchiata più volte dal padre quando era piccola, cui si sarebbero aggiunte molestie da parte dell’amico di famiglia, difeso dall’avvocato Tiziana Maracci, il quale non avrebbe perso occasione per metterle le mani addosso.
Quest’ultimo è finito a processo davanti al collegio del tribunale di Viterbo con l’accusa di violenza sessuale su minore. A segnalare i sospetti abusi è stata la preside della scuola frequentata dalla ragazza, che si è rivolta direttamente alla questura.
Sul caso ha indagato la polizia
La studentessa è stata poi sentita alla presenza di una psicologa da personale specializzato della squadra mobile, in audizione protetta, filmata e registrata come previsto dalla normativa, a tutela della vittima.
Durante l’udienza dello scorso 2 febbraio, alla presenza della pm Eliana Dolce, era stato ascoltato un ispettore della mobile, che ha spiegato come la dirigente scolastica abbia riferito di gesti di autolesionismo da parte dell’alunna, che avrebbe anche tentato di tagliarsi le vene.
La sua versione dei fatti, che sarebbero avvenuti tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno di quattro anni fa, ha convinto gli inquirenti della necessità di approfondire la posizione dell’indagato, che ha scelto il rito ordinario, nel corso di un dibattimento.
Ci sarebbero, per l’appunto, anche delle conversazioni su WhatsApp a corroborare la tesi secondo cui si sarebbe trattati di palpeggiamenti inequivocabili, non di sfregamenti casuali.
“In più occasioni l’imputato – secondo l’accusa – agendo con violenza in modo repentino e nonostante i tentativi di allontanarlo posti in essere dalla parte offesa, abbracciava e baciava in modo lascivo sulla guancia e sul collo, nonché l’accarezzava sopra e sotto gli indumenti, in varie parti del corpo, costringendola così a subire atti sessuali contro la sua volontà”.
Il processo riprenderà il prossimo 4 ottobre.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

