Farnese – (sil.co.) – Cani del sindaco ammazzati a bastonate, rinviato al 5 luglio il processo ai fratelli Marco e Paolo Pira e al padre Antonio. A causa del legittimo impedimento di uno dei tre imputati, Antonio Pira, oggi 79enne, l’udienza in programma il 26 aprile davanti al giudice Roberto Colonnello è slittata alla prossima estate.
Gli imputati devono rispondere di stalking, uccisione di animali, detenzione illecita di armi, caccia di frodo, detenzione esplosivi, furto, furto di armi (un fucile rubato nel 2013 a Valentano), abigeato e danneggiamento.
Il 5 luglio saranno passati quasi sette anni da quando, all’alba del 28 luglio 2015, figli e genitore furono arrestati dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Terra madre”.
Uno dei due cani dell’ex sindaco uccisi a bastonate (nei riquadri i Pira)
Durante la notte del 19 febbraio 2015 erano state abbattute 160 piante di ulivo, incendiato un casale agricolo di 28 metri quadri, un trattore, un rimessaggio agricolo, uccisi a bastonate due cani da caccia e alcuni animali da cortile di Dario Pomarè, all’epoca dei fatti capogruppo di maggioranza Pd. Il 22 febbraio 2015, sempre in ore notturne, nel centro abitato di Farnese e nei pressi dell’abitazione di Pomarè, fu completamente distrutta da un incendio una Fiat Panda di proprietà del politico.
Operazione Terra madre – Il materiale sequestrato ai Pira
Il 15 gennaio dell’anno scorso l’ex sindaco ha finalmente potuto testimoniare al processo.
“La mattina del 19 febbraio 2015, io e mio figlio – ha ricordato – siamo andati in campagna e per prima cosa abbiamo visto un noce grandissimo abbattuto e l’oliveto tagliato per un totale di circa 160 alberi. Avevano tagliato gli olivi centenari con la motosega e a ciocco quelli di 20-30 anni. Poi abbiamo visto cosa avevano fatti ai cani, che per me che sono cacciatore sono persone di famiglia, massacrati a bastonate con un manico di zappa: una segugia maremanna e una jack russel che faceva la guardia alla volpe perché non attaccasse il pollaio”.
“Il terzo cane, che era riuscito a scappare, è tornato con un ematoma sul collo, ma è sopravvissuto alla strage. Abbiamo trovato morte ammazzate anche tutte le galline – ha proseguito – e poi il trattore, il casale e il ricovero agricolo dati alle fiamme, devastati”.Era il 19 febbraio 2015. La notte tra il 20 e il 21 febbraio gli hanno dato fuoco alla macchina sotto casa: “C’era vicino un bombolone, se non se ne fosse accorto un vicino, saremmo esplosi tutti in aria”.
Operazione Terra madre – Il materiale sequestrato ai Pira
L’operazione “Terra madre” ha visto impegnati 40 militari del comando provinciale di Viterbo, due unità cinofile per la ricerca di esplosivo e un elicottero del Rac di Pratica di Mare che ha sorvolato l’area interessata.
Nel corso delle perquisizioni sono stati rinvenuti e sequestrati a carico degli indagati, meticolosamente nascosti, circa 500 proiettili a palla singola, 3 cartucciere, diversi pugnali del genere proibito, un puntatore laser notturno e 4 passamontagna.
In base a quanto emerso dalle intercettazioni ambientali, i Pira (difesi dagli avvocati Angelo Di Silvio e Giuseppe Picchiarelli) avrebbero avuto in animo di “punire” oltre all’ex sindaco (parte civile al processo con l’avvocato Elisabetta Centogambe) tutta una serie di persone, addirittura una quarantina, che avevano compilato una lista, di cui Pomarè era “capofila”, per veicolare il sindaco in carica e la Regione Lazio all’assegnazione degli usi civici.
Nel frattempo i fratelli Pira sono stati nuovamente arrestati, il 12 dicembre 2020, con l’accusa di detenere un fucile e una pistola (quest’ultima mai ritrovata) da destinare a due rapine in abitazione, che avrebbero pianificato senza metterle a segno durante il lockdown della primavera 2020.
Dopo sei mesi di carcere, il 15 giugno dell’anno scorso sono stati rimessi in libertà dopo avere patteggiato 18 mesi e due anni, 11 mesi e 20 giorni, davanti al giudice Silvia Mattei.
Il 31 dicembre 2020 il tribunale del riesame, rigettando l’ultimo giorno dell’anno il ricorso della difesa contro la misura di custodia cautelare, ha sottolineato i precedenti relativi alla vicenda Pomarè, “sintomatici di una personalità spiccatamente incline alla violenza”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


