Viterbo – La fievole voce del vian-Dante.
Don Dante Bernini
Il 20 aprile scorso avrebbe avuto 100 anni di una vita che ancora vive dentro di noi. Non sono mancate cerimonie religiose nel Santuario della Quercia da lui amato, discorsi, incontri ed altro. Questo mio, nasce dall’anima e cerca di raccontare un po’ dell’anima di questa persona.
Non di quello che ha fatto, detto, insegnato… questo chi lo ha conosciuto lo sa. A tutti e a chi non lo ha conosciuto vorrei, se ci riesco, aprire uno spiraglio nel mistero della vita di don Dante.
Ascoltare la sua fievole voce che penetrava nella vita di chi andava a trovarlo. Anche quando celebrava nel santuario a mezzogiorno e parlava con la sua proverbiale saggezza, sembrava che stesse ascoltando in silenzio le voci dei presenti. Si aveva la sensazione che stesse ascoltando il cammino della nostra vita. Ci si sentiva proiettati in momenti di profonda spiritualità che andavano ad arricchire come luce e sale i cammini non sempre luminosi della nostra vita.
“Don Dante Bernini, padre e maestro”
E ci riconduceva a vedere oltre la nebbia del presente. Come in quel famoso dipinto di Caspar David Friedrish, “Il viandante sul mare di nebbia” (1818). Come di David Maria Turoldo, si potrebbe dire di lui: “Il Viandante meta-fisico”. Don Dante, non so come, riusciva a “vedere” quello che molti di noi non vediamo. Volava sempre “oltre”. Sul suo tavolino aveva tra i tanti libri anche una raccolta di poesie di Rainer Maria Rilke (+1926). Gli dissi che era un poeta a me caro e me ne fece regalo.
Uno degli aforismi del poeta e che rivedevo in don Dante era: “Il futuro entra in noi per trasformarsi in noi molto prima di essere accaduto”. Il futuro del mondo e della Chiesa.
Sognava la pace e la viveva nei rapporti con le persone e le istituzioni. Quanto avrei avuto bisogno di ascoltarlo in questi frangenti così dolorosi che stiamo affrontando. E la Chiesa? Si parla tanto di sinodalità, ma è molto spesso solo parlata. Mentre la vera sinodalità si nutre di ascolto e testimonianza, non di risposte a quesiti. Ascoltare le voci, tante e differenti, che vengono dette e a volte non dette. Buttarsi tra la gente dovunque essa si trovi, e che potrebbero non essere le chiese di pietra. Giocare a carte con la vita e le strade.
Guardare negli occhi chi ha bisogno di chiacchierare e raccontare. Aiutare chi viene alle nostre messe domenicali a capire meglio il senso della ricchezza nascosta nel “Mistero della nostra fede” per andare al di là delle cerimonie eleganti e entrare tra le voci della celebrazione di quel futuro nascosto “… ne li versi strani”.
Quando don Dante celebrava non era un rituale portafortuna-propiziatorio da doversi fare. Era un momento di preghiera vera. Quando celebrava nella sua cappellina adornata da un dipinto di Carlo Vincenti, ed eravamo tre-quattro presenti con lui, si sentiva l’anima della celebrazione, si toccava quasi con mano, la presenza di colui che disse: “Fate questo in mia memoria”.
E lì, davanti a noi, il celebrante con il quale celebravamo, che ci aiutava a capire che quella era la Chiesa. Non perché c’era un rito antico, ma perché noi eravamo il dono gradito a Dio e noi la presenza di “Colui che tutto move…” (Paradiso, I,1).
Chi conosceva don Dante sapeva bene che non aveva problemi al mettersi sotto un trattore per aggiustare i cingoli, o a usare con competenza un computer, a recitare il rosario mentre guidava la sua macchina, a dare lezioni di matematica, fisica e filosofia, a spiegare “Lettere a una professoressa” di Don Milani, quando altri avevano timore di leggerlo, a parlare di Friedrich Nietzsche nei ritiri delle suore, a frequentare gli incontri internazionali sulla pace, a dare ospitalità a sacerdoti in difficoltà, a visitare le missioni in Sierra Leone e Burkina Faso, a godere come un bambino davanti alle cascate del Niagara.
Don Dante era come la “Casa di Dio” e degli “Uomini e donne” che andavano da Lui. A qualsiasi ora. Ci sono dei santi nella nostra chiesa locale? Don Dante è pronto. Lui non vorrebbe. Ma ne sarebbe degno. E il miracolo che serve?… Beh! Ne ha fatti tanti, toccando il cuore di generazioni di persone, permettendoci di diventare migliori.
E’ come il “giusto” del salmo n. 1, che cresce sui corsi delle acque del mistero e porta frutti in abbondanza per molti. Don Dante… lo sento vivo.
“Il tuo non esserci è già caldo di te, ed è più vero, più del tuo mancarmi” (Rainer M. Rilke)
Don Gianni Carparelli

