Viterbo – Cento anni fa nasceva Enrico Berlinguer e il 13 giugno 1984 il suo corpo, ucciso dopo un comizio a Padova dalla fatica della politica, fu abbracciato dal popolo della capitale con una partecipazione tanto grande quanto intensa che solo a certi consoli, imperatori e papi Roma istintivamente riserva.
Enrico Berlinguer
Nelle strade gremite, vinceva sui saluti, gli applausi, le bandiere la commozione. Di tutti, anche dei non comunisti che gli riconoscevano di aver aperto “una nuova fase della politica italiana” che lui, segretario del PCI e Aldo Moro, presidente della DC, affidarono al governo di Giulio Andreotti dopo averla preparata “pazientemente”, come il 19 marzo 1978 – poco più di due mesi prima che lo statista democristiano (ne???) fosse assassinato – scrisse Guido Quaranta su l’Espresso, sotto un titolo che mischiava i nomi dei protagonisti “Un nuovo presidente: Enricaldo Berlinmoro””.
Gli incontri tra i due, come racconta Luciano Barca in un volume de l’Unità, furono privati e anche ufficiali, come quando Moro, presidente del consiglio, “per la prima volta dopo la rottura del 1947, invitò a Palazzo Chigi il segretario del Pci per consultarlo su provvedimenti economici ancora da adottare”. Di lì a poco si aprirono consultazioni formali e vennero i governi Andreotti della non sfiducia e poi del Pci in maggioranza, conclusione di un percorso “faticoso” per ambedue i partiti. Il democristiano, fino all’ultimo riluttante e adesivo solo sulla parola ottenuta solennemente dal suo presidente nello storico discorso ai gruppi parlamentari. Quello comunista, dove per la base, gli iscritti, i dc non erano “né democratici né cristiani”, come obiettò un militante nella sezione romana Esquilino Monti, ricevendo dal capo dei deputati comunisti, Fernando Di Giulio, questa risposta: “Giudizi simili, compagni, sono sbagliati e pericolosi. Quattordici milioni di italiani hanno votato per la Democrazia Cristiana. Non possiamo assolutamente offendere una parte così rilevante del nostro popolo”.
Appunti Berlinguer
Un passo faticoso verso il potere, ma con i mezzi della democrazia, come aveva insegnato Togliatti e che Berlinguer così preannunciava su Rinascita già nel 1973:”il realismo politico spinge alla sottoscrizione di un compromesso fra le forze cattoliche socialiste e comuniste”. Una “nuova fase” che non nasceva dal contingente, da un qualche interesse del momento: “Essa ha il suo punto di riferimento iniziale nella speculazione teorica e nell’insegnamento politico di Labriola, Gramsci e Togliatti che ci hanno educato a comprendere in modo nuovo la storia nazionale e a saperci confrontare con le tradizioni migliori e le correnti più vive della cultura italiana”.
Sandro Pertini, il presidente della Repubblica che accorse al letto di Berlinguer morente e ne accompagnò il feretro da Padova a Roma, lo ricordò “tormentato dall’impegno di ricerca, nello sforzo di aprire vie nuove ad una società pluralistica e democratica, nel segno del rigore morale e della solidarietà”.
Trovo tra le mie carte la copia di una lettera che il giovane Berlinguer (24 anni) mandò al mio maestro e capo Nerio Nesi, poi presidente della più grande banca pubblica italiana, il 19 agosto del 1946, dopo che, come Fronte della Gioventù, avevano concluso una visita in Unione Sovietica. “La mia vita, scrisse, è dedicata alla causa dei lavoratori e alla indipendenza del nostro paese. L’amore che ho per esso significa anche venerazione per il suo grande passato, volontà decisa di assicurargli un avvenire progredito, di farne il primo paese al mondo per la sua cultura, per il benessere dei suoi figli. Noi non defletteremo mai da questa strada”.
Renzo Trappolini

