Viterbo – In una società ampliamente secolarizzata come la nostra, dire di un prete che il peggior difetto che ha è essere romanista sembra un controsenso.
Fortunato Frezza
Don Fortunato, poi mons. Frezza e, tra qualche settimana, sua eminenza cardinal Frezza è prima di tutto una brava persona, un bravo prete e un uomo di cultura incredibile.
Ho la fortuna di avere tanti ricordi di questo Amico. Tra i tanti, a parte la fede calcistica che ci divide in modo insanabile, un paio che descrivono meglio di tutto l’uomo, prima che il sacerdote.
Seconda metà anni ’90, cena in famiglia. Da studente zoppicante (eufemismo) in greco del Buratti, gli raccontavo le difficoltà e il nonsense che incontravo studiando questa lingua antica, morta e sepolta con i suoi duali, accusativi, ottativi e aoiristi. Mi rispose in due tempi: prima spiegandomi che, imparando bene il greco, avrei avuto accesso senza mediazioni alla filosofia, alla politica, al pensiero di una delle più grandi civiltà mai esistite su questo pianeta. Una lezione che non ho mai dimenticato. Come recita un proverbio praghese: “Impara una nuova lingua e avrai una nuova anima”.
La seconda, quando gli spiegai su quale versione avevo preso l’ennesima insufficienza, fu di dirmela prima a memoria in greco e poi traducendo “al volo” in italiano. E stavamo a cena, non in un aula del Classico, o nel suo ufficio. Parla e traduce correntemente anche l’ebraico, per curiosità di chi legge.
Il secondo, decisamente più recente, risale a pochi mesi fa. Mi chiamò più per chiedermi di aiutare la figlia di un’amica che aveva difficoltà a trovare alloggio in Belgio. Solidarietà fra expats.
Fede genuina e profonda, cultura, altruismo, amicizia, impegno spassionato per gli altri. Questo è don Fortunato.
In tanti anni di amicizia, oltre al dimenticarmi sempre di ringraziarlo del laborioso e silenzioso esempio che ha costantemente dato a me come a chiunque altro lo abbia conosciuto, una cosa non gli ho mai detto. Sacerdoti come lui, ti riconciliano con la chiesa. Ricordano quello che scrisse il grande Gilbert Keith Chesterton: “La chiesa è una casa dai cento portoni; e non ci sono due persone che entrano esattamente dallo stesso angolo”.
Mi auguro che la città di Viterbo sappia rendergli i dovuti onori.
Complimenti e auguri Don,
Ad Maiora!
Francesco Ciprini
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