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La banda rivale di mafia viterbese “aveva il controllo del mercato dello spaccio”

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Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata


Viterbo – (sil.co.) – La banda rivale di mafia viterbese “aveva l’effettivo controllo del mercato dello spaccio”. Si legge nella sentenza del gip che ha condannato i vertici del sodalizio criminoso.

Avrebbero spacciato a Viterbo e provincia almeno dal 2012. Prevalentemente cocaina d’importazione dal Belgio e dall’Olanda. Ma anche da Roma-San Basilio. Con un occhio di riguardo per gli avventori di bingo, nightclub e discoteche. Non solo il sabato sera, ma anche nelle serate infrasettimanali dedicate agli universitari.

Emerge dalle carte della maxi inchiesta Underground – quelli che seppellivano la droga nei barattoli di riso sulla Palanzana – sfociata nelle 12 misure di custodia cautelare e nei 23 indagati dell’omonima operazione dei carabinieri scattata all’alba del 13 giugno 2019.

Lo scorso 7 aprile, con lo sconto di un terzo della pena dell’abbreviato, sono stati condannati con il riconoscimento dell’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga i vertici della banda rivale del boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi per il controllo del mercato della cocaina a Viterbo. 

Bledar Shtembari è stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, Julian Tare a 4 anni e mesi 4 di reclusione e 4mila euro di multa, Renato Hasa a 6 anni di reclusione e 6mila euro di multa. Hasa, dopo due anni e 8 mesi di carcere, ha ottenuto i domiciliari lo scorso 10 febbraio. Sono stati condannati a 10 mesi e mille euro ciascuno una donna d’origine romena e un italiano, mentre è stato assolto l’altro italiano. 

Il 14 ottobre 2020 altri quattro erano stati condannati in primo grado, sempre con l’abbreviato: Rudenc Medolli a un anno, Fatjan Sopi a 4 anni, a 3 anni ciascuno Armand Cuni e Mario Kelmendi.


Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata


I ruoli all’interno del sodalizio criminoso

Renato Hasa, Bledar Shtembari e Julian Tare, secondo le risultanze investigative, sarebbero stati promotori ed organizzatori, curando il trasporto della droga, la ripartizione nonchè la organizzata dazione alla rete di subcessionari, rete composta dagli stessi e dagli altri sodali. Armand Cuni, quale partecipe, sarebbe stato incaricato della vendita della cocaina, disponendo della sostanza da parte dei capi. Erjon Collaku, l’unico a processo con rito ordinario davanti al collegio del tribunale di Viterbo, quale partecipe, avrebbe curato il trasporto e la ripartizione delle sostanze. Fatjan Sopi e Mario Kelmendi, quali partecipi, sarebbero stati incaricati di provvedere alla cessione agli assuntori. Con loro anche il macedone picchiato selvaggiamente dai vertici della banda, la cui denuncia a inizio 2016, ha dato il via alle indagini.


“Effettivo controllo del mercato dello spaccio”

“L’attività d’indagine ha consentito di accertare l’esistenza di un sodalizio criminoso dedito al traffico di sostanze stupefacenti che, provenienti dal Belgio e dall’Olanda, venivano illecitamente introdotte, stoccate e smerciate nella provincia di Viterbo”. Nessun dubbio, secondo il procuratore antimafia Corrado Fasanelli della Dda di Roma.

“Proprio le limitate dimensioni della zona e della piazza di Viterbo hanno consentito un effettivo controllo del mercato dello spaccio di droga sul territorio, con un’attività di cessione anche al dettaglio di sostanze stupefacenti svolta quotidianamente e in maniera tale da consentire la costante disponibilità di droga per far fronte alla richiesta del mercato al minuto, i cui approvvigionamenti di volta in volta sono stati coordinati dagli odierni imputati”, si legge nalla sentenza del gip Francesca Ciranna del tribunale di Roma. 


Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata


“O i soldi o finisci qui la tua vita”

Tra l’estate del 2015 e la primavera del 2016 si sarebbero consumati alcuni degli episodi più “cruenti” legati alla banda di narcotrafficanti di Bledar Shtembari, l’albanese 47enne considerato il rivale del boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi per il controllo del mercato della cocaina su Viterbo. 

“O i soldi o finisci qui la tua vita”. Era il mese di settembre di sette anni fa. E’ stato allora che due dei più stretti collaboratori di Bledi, Renato Hasa e Julian Tare, secondo le indagini, avrebbero prelevato a pratogiardino “Lucio Battisti” un macedone che avrebbe avuto con la banda un debito di 800 euro, per averli “truffati” vendendo loro due telefonini non funzionanti, caricandolo in macchina e portandolo in una zona isolata del Pallone dove lo avrebbero bloccato sul sedile anteriore lato passeggero, puntandogli al collo una pistola 7,65 e obbligandolo a portarli da un parente a Arlena di Castro per farsi dare un “acconto” di 300 euro. Nei giorni precedenti era stato privato dei documenti e picchiato in piazza della Rocca. 


Prelevato al night del Poggino e pestato sulla Teverina

Il successivo mese di febbraio, il macedone si sarebbe recato dai carabinieri denunciando i componenti della banda. Il 13 maggio, per punizione, è stato vittima di un feroce pestaggio, in seguito al quale è stato refertato dai sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle con una prognosi di 25 giorni.

Questa volta, oltre a Tare e Hasa, secondo l’accusa sarebbero entrati in azione anche tal “Mette” rimasto ignoto e lo stesso “boss” Shtembari. Il macedone, intercettato in un nightclub del Poggino con la scusa di andare in un locale notturno di Vignanello, sarebbe stato carivato in auto e picchiato a sangue nella vicina zona industriale sulla Teverina. Ripetutamente colpito con pugni al volto e al corpo, utilizzando anche un tirapugni, e con fendenti dati con un arma da taglio. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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