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Il museo della Rocca Albornoz ospita la mostra “La presenza reale della pittura”

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Viterbo - La mostra "La presenza reale della pittura"

Viterbo – La mostra “La presenza reale della pittura”

Viterbo - La mostra "La presenza reale della pittura"

Viterbo – La mostra “La presenza reale della pittura”

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Viterbo – La mostra “La presenza reale della pittura”

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Viterbo – La mostra “La presenza reale della pittura”

Viterbo – Il museo archeologico nazionale etrusco della Rocca Albornoz ospita fino al 2 giugno la mostra “La presenza reale della pittura” personale dell’artista viterbese Alfonso Talotta. Antonello Ricci l’ha visitata in compagnia dell’autore per raccontarla ai lettori di Tusciaweb.

La misteriosa presenza reale della pittura di Talotta.

Giardiniere di un tutto-suo umanissimo Giardino Segreto – la sua pittura, un percorso compatto e rigoroso nei decenni: raramente ho incontrato una così coerente e teorematica istanza di fedeltà alle proprie ossessioni artistiche, alla propria theia mania –, Alfonso Talotta sembra abitato dalla sapienza, dalla disciplina e dalla più umile sottomissione a quella perenne metamorfosi di tutto in tutto che chiamiamo “vita” degne di un monaco zen.

Sottrarre, asciugare, rendere all’essenziale: questi i verbi del suo mantra creativo. Un mondo pittorico, il suo, dai tratti francescani eppur sempre-pulsante, screziato-brulicante, riverberante preziosismi-brusii cromatici sobriamente trattenuti-promessi sottotraccia. Basterà anche solo considerare la continuità diretta e necessaria d’indagine che lega il fecondo ciclo de “La pelle della pittura (dal nero)” del 2017 a questi recentissimi “sdoppiamenti” e “forme continue” (2020-’21) che vanno a comporre “La presenza reale della pittura” splendida personale allestita da Talotta nei locali del Museo archeologico nazionale etrusco della Rocca Albornoz di Viterbo per le cure di Gianni Garrera (la mostra rimarrà aperta fino al 2 giugno). Una pulizia di forme e una severità di concetto così intense e purificate al fuoco lento della pazienza artigianale da trasmutarsi con affabilissimo e “naturale” paradosso – proprio come accade in ogni storia zen che si rispetti – in un solenne alfabeto dalle potenzialità di arredo per interni.

Contrassegnata da assai mobile varietà di formati (da tele di misura “ordinaria” a tavole-parete a foglietti di carta-da-fotografia) nonché da multiformi sperimentazioni sulla materia (pittura, acrilico e olio, ma anche ceramiche-totem matericamente cromatizzate), “La presenza reale della pittura” rivela però anche una sottile-emblematica inquietudine autoriale. Lo fa anzitutto comunicando allo spettatore una sensazione di pregnante verità: che la pittura, pur sempre reale, pur sempre qui e ora, sia anche – e forse soprattutto – sempre-altrove, sfuggente e trasmutantesi.

Che cioè il discorso pittorico accada, sì, entro il limes del “tempio” della tela ma che anche, di necessità, esso si prolunghi nel multiverso del “fuori”, tra tela e tela (accostate o discoste che siano), nella “forma continua” del mondo. Mentre i pezzi-puzzle degli “sdoppiamenti” sprigionano struggente nostalgia per una perduta unità (in realtà solo apparente): sdoppiamenti-tangenze minime e periclitanti a testimoniare una pittura e un mondo “tettonicamente” inquieti.

Tendendo oltretutto a estroflettersi-sollevarsi, la pittura tela-tavola, dal bianco piano d’appoggio, manifestando apertamente l’ambizione-desiderio di conquistarsi una tridimensionalità vivente: così non ci sorprende – e ci seduce – la brevità di passo dalla superficie verticale-parietale all’autodefinizione totemica delle scabre, magnificenti ceramiche, belle come logogrammi di una scrittura arcaica, finalmente archeo-ritrovata ma ineluttabilmente votata all’enigma, impossibile ormai a decifrarsi.

Quest’ultimo cenno non sia infine ridotto ad aneddotica esornativa: se è vero – come è vero – che dei precocissimi “Tracciati urbani” di Talotta (1979-’80) – pur così appartati in seno al percorso visivo maggiore dell’autore – letteralmente s’innamorò un critico della potenza ermeneutica di Mirella Bentivoglio e che in queste stesse settimane opere di Talotta sono ospitate in seno a una importante e cospicua collettiva a Lecce, dal sintomatico titolo “Alfabeti”, insieme con quelle dei maggiori maestri della poesia visiva italiana di secondo Novecento (Miccini, Carrega, Bentivoglio stessa, Spatola, Balestrini, Carrega e altri).

Antonello Ricci


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