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Per fare un tavolo, ci vuole il legno…

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Viterbo – Non fosse che suonerebbe ingiusto per i migliaia di sindaci che, a quattro soldi, si spendono per i loro comuni rischiando anche strascichi giudiziari e in certe zone la vita (uno per tutti, Angelo Vassallo, il sindaco pescatore  assassinato dalla corruzione mafiosa), certe cronache preelettorali risusciterebbero l’imprecazione di De Andrè: ”Dove sono andati i tempi di una volta, quando per fare un mestiere ci voleva un po’ di vocazione?”. In una organizzazione antica come quella ecclesiastica, ad esempio, sacrestano e perpetua potevano pure muoversi tra cripte e canoniche, ma sull’altare a dir messa no, perché lì ci voleva la vocazione. Come cantava Endrigo, “per fare un tavolo ci vuole il legno”.


Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Il mestiere di amministratore comunale, di sindaco è, infatti, tra i più difficili, faticosi e oltretutto richiede generosità fuor dell’ordinario.

La storia, quella grande, come quella anche del più piccolo fra gli ottomila comuni italiani, narra di grandi uomini e donne che hanno cambiato le città, il vivere insieme, l’economia, la cultura, insomma l’identità delle comunità e il curriculum ne racconta predisposizione, anni di preparazione e giudizi sul loro operato ai vari step dell’impegno politico propedeutico a quello amministrativo.

Per stare ai più recenti, Luigi Petroselli che trasformò Roma, forte di una naturale generosità corroborata  anche nel seminario degli anni adolescenziali e dell’esperienza nelle lotte per i contadini, nel partito e in consiglio comunale a Viterbo. Rosa Russo Jervolino, dieci anni sindaco di una città non facile, Napoli, ma prima dirigente politica e ministro dell’interno, il ministero enti locali, per di più figlia di un ministro e di una sottosegretario… più “vocata” di così!

Oppure il sindaco comunista di Bologna, Giuseppe Dozza, “una leggenda” per un osservatore attento come Enzo Biagi o quello socialista di Milano, Carlo Tognoli, “che – scrisse quel giornalista – inviterei volentieri a cena, pregandolo però di venire da solo: mi correggo, con la signora”.

Fino al “sindaco santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che non temeva di far occupare dai senzatetto uno stabile in disuso dello Stato, convinceva Enrico Mattei presidente dell’ENI (quello che portò per primo il gas russo in Italia) a salvare il lavoro degli operai della Nuova Pignone e, da Palazzo Vecchio, dialogava con la Russia comunista e gli imam musulmani. Tanto che Hassan II del Marocco chiese di testimoniare sulle sue virtù al processo di beatificazione.  

Si dirà: altri tempi, quando le “vocazioni”, se c’erano, trovavano il luogo in cui manifestarsi: i partiti, capaci di selezionare al proprio interno, in sezioni e congressi, dirigenti vocati alla cosa pubblica da far confermare col voto popolare. Negli anni ’80, purtroppo, i partiti si autodistrussero col veleno della corruzione, divenendo facile strumento di élites finanziarie che si sostituivano all’industria tradizionale, si impossessavano della ricchezza (l’1% della popolazione ha la metà dei beni del mondo), adescavano la politica alleandosi perfino con gli orfani del cordone ombelicale reciso dalla caduta del muro di Berlino. Così, complice la stampa di cui la finanza assumeva la proprietà  si realizzava il cambiamento della rappresentanza democratica.

Non a caso, a partire dal 1993, il parlamento ha spesso rinunciato ad esprimere un eletto del popolo come presidente del consiglio. Il governatore della Banca d’Italia, Ciampi allora ed un altro oggi, Mario Draghi, passando per Dini, Monti, l’avvocato Conte. Con l’economia – parte vitale per la democrazia e l’uguaglianza costituzionali – stabilmente in mano ad  uomini del mondo della finanza.

Tutt’altro che esaltazione della funzione e del peso del giudizio popolare, cui non si arriva più attraverso la selezione darwiniana dei congressi e delle elezioni interne ai partiti, oggi che essi – chi più chi meno – son diventati organizzazioni leaderistiche se non padronali e la “medaglietta parlamentare” è conferita come fosse un’assunzione ad libitum del capo.

Naturale, quindi, il distacco della gente dalla politica e la crisi delle “vocazioni” che una legge elettorale comunale fatta dai partiti contro loro stessi ha favorito nei municipi con un sistema presidenziale che trasforma i sindaci in partito essi stessi, leader territoriali capaci di organizzarsi intorno costellazioni, le più variegate, di liste civiche in cui, non di rado, i candidati  a malapena  si conoscono tra loro, ritrovandosi  soltanto nel riferimento al leader che li ha “vocati” a sostenerlo.

Lo conferma  la  statistica di You Trend che, con riferimento ai comuni maggiori, rivela come in 3 casi su 4 (75%) il sindaco che si ripresenta viene rieletto. Naturalmente, quando arriva alla fine del primo mandato….

Renzo Trappolini


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