Omicidio del piccolo Matias – Il padre Mirko Tomkow durante il processo
Vetralla – “Il marito l’ha minacciata di darle fuoco. Senza avere bevuto”. La gravità sta proprio nel fatto che la promessa sarebbe stata fatta dall’uomo quando era sobrio.
E’ stata un’amica di Mariola Rapaj, la moglie 38enne di Mirko Tomkov, a processo per l’omicidio del figlio e maltrattamenti in famiglia, a intuire per prima la pericolosità della situazione che si era venuta a creare all’interno dell’appartamento situato al secondo piano del civico 8 di Stradone Luzi a Cura di Vetralla.
E’ stata lei a chiamare i carabinieri lo scorso 7 agosto, tre mesi prima di quella tragica giornata del 16 novembre 2021 in cui il padre ha barbaramente ucciso il piccolo Matias di 10 anni. “Aveva raccolto le confidenze di Mariola, che le aveva detto una cosa particolare avvenuta in casa la sera prima, durante una lite, facendo scattare l’allarme nelle due donne, per cui mi hanno telefonato sul cellulare”, ha spiegato durante l’udienza di lunedì davanti alla corte d’assise il comandante della stazione dei carabinieri di Vetralla, maresciallo Adriano Marzi.
“Il marito l’ha minacciata di darle fuoco senza avere bevuto”, ha riferito l’amica di Mariola, dicendo di problemi della coppia dovuti al fatto che Mirko Tomkow fosse solito abusare di alcolici: “La differenza è che stavolta era sobrio”. “Ho invitato le due donne a venire in caserma, dove Mariola ha confermato che Mirko le aveva promesso di darle fuoco e lo aveva fatto in un momento in cui non era ubriaco. Lei si è spaventata e voleva un consiglio, ma non ha voluto sporgere querela”, ha spiegato il militare.
“Giuro che io ti do fuoco con la benzina e poi mi ammazzo”, detto da Tomkov alla mamma del piccolo Matias la sera del 6 agosto. Abbastanza per far scattare d’ufficio le indagini coordinate dalla pm Paola Conti, a prescindere dalla denuncia della vittima, una volta giunta in procura l’informativa dei carabinieri.
Il piccolo Matias tra le braccia della mamma Mariola
Dopo meno di un mese, il 10 settembre, su richiesta della pm Conti, sono scattati per l’operaio 45enne l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento.
“Tra me e Mariola, da quel momento, i contatti sono stati continui”, ha spiegato durante l’udienza del 23 maggio il maresciallo Stefania Pandolfi. Si sono sentite anche il giorno prima del delitto: “Mariola mi disse che andava tutto bene. Tramite il figlio avevo saputo che Tomkow era ancora in una struttura Covid di Roma”. Non ha nemmeno visto il cadavere del piccolo, Pandolfi: “Mi sono occupata di Mariola, che ho trovato disperata e in stato di choc vicino alla finestra”.
La pm Conti, nel frattempo, aveva già chiesto e ottenuto il via libera al processo col giudizio immediato per maltrattamenti aggravati in famiglia, avendo scoperto che le minacce di morte alla moglie davanti al bambino sarebbero state all’ordine del giorno e risalenti addirittura alla gravidanza.
Nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare il gip Giacomo Autizi scrive: “Emerge come l’indagato abbia realizzato condotte reiterate nel tempo, consistite in aggressioni fisiche, minacce di morte e ingiurie abituali. Il Tomkow si relazionava con la compagna nelle forme dell’aggressività e della violenza, isolandola socialmente. Maltrattava anche il figlio, costretto ad assistere a tali contegni lesivi”.
Ubaldo Marcelli durante la testimonianza di lunedì al processo
Riproponiamo alcuni stralci dell’intervista pubblicata lo scorso 12 dicembre a Ubaldo Marcelli, lo zio che non si dà pace per la morte del piccolo Matias. L’ultimo ad averlo visto vivo prima che il padre lo uccidesse a ne martoriasse il cadavere. Erano circa le 13,30 del 16 novembre quando è andato a prenderlo a scuola. “Se vieni a pranzo, ti faccio un piatto di pasta”, gli ha detto. “No, sono d’accordo con la mamma che mangio a casa la minestra che mi ha preparato lei e poi faccio i compiti”, ha risposto il nipote, salutando lo zio mentre andava verso il portone.
Come era Matias?
“Era un bambino dolcissimo, molto buono, cui piaceva tutto. Voleva sempre stare con me, ovunque andassimo. Spesso lo portavo a Roma, gli piaceva tantissimo. Soprattutto vedere i treni. Con lui passavamo intere giornate alla stazione Termini oppure al Colosseo o a Campo dei Fiori. Gli piaceva moltissimo visitare Roma”.
Gli piaceva andare a scuola?
“Sì, gli piaceva tanto. Tra le materie di studio, preferiva la geografia e l’educazione fisica. Andava volentieri a scuola e capitava spesso che fossi io ad andare a prenderlo all’uscita per riportarlo a casa”.
Capitava spesso che suo nipote stesse con lei?
“Stavamo sempre insieme, molti pensavano che fosse mio figlio. Stava spesso e molto volentieri con me. Quando finiva la scuola, stava da me e mia moglie anche una o due settimane. Per me era come fosse mio figlio. Aiutare la sua famiglia, i miei cognati, non è stato mai un problema, come quando li ho aiutati a comprare casa”.
C’erano problemi con suo cognato?
“Il padre di Matias lavorava, faceva l’operaio edile, ma aveva il problema dell’alcol. Ha sempre avuto il vizio di bere. Però non c’erano mai stati episodi di violenza fisica. Quando beveva diventava violento, ma solo a parole. E Matias non lo aveva mai toccato. Nè Matias, né la moglie. Non c’era motivo per pensare a quello che è successo, nessun segnale”.
Perché si è arrivati all’allontanamento e al divieto di avvicinamento?
“E’ stata la mamma di Matias ad andare dai carabinieri di Vetralla. Era agosto. Il giorno prima aveva litigato con il suo compagno. Ma la cosa non sembrava grave. Tant’è vero che dopo poco i due si sono riappacificati e sono tornati a casa insieme. Mi pare dopo tre giorni. Dopo avere fatto pace, hanno anche fatto dei lavori in casa. Lei non lo ha mai denunciato, credeva che la cosa fosse finita lì”.
Il 25 ottobre ha mandato a Mariola le foto con la corda al collo facendo capire che voleva uccidersi…
“Abbiamo chiamato subito i carabinieri che lo hanno trovato di notte, ho partecipato anche io alle ricerche. Poi io ho portato la sua macchina sotto casa mia e lui è stato portato all’ospedale di Belcolle, dove è stato ricoverato al reparto psichiatrico. Il mercoledì successivo 27 ottobre è stato trasferito dal reparto di psichiatria a malattie infettive. Dove è finito perché per l’appunto era positivo al Covid. E’ risultato positivo a due tamponi. C’è rimasto un paio di giorni. Dopo di che l’ospedale ci ha chiamato per dirci che sarebbe stato spostato al centro Covid di Roma”.
Lei lo ha sentito mentre si trovava a Roma?
“Sì, l’ho sentito. Era tranquillo. Nel fine settimana precedente all’omicidio di Matias mi disse che il mercoledì successivo, cioè il 17 novembre, sarebbe stato dimesso. Gli ho detto di venire da me e che sarei andato io stesso a prenderlo a Roma, Anche dopo la misura io e mia moglie lo avevamo ospitato a casa nostra”.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


