Viterbo – Ai candidati del “contado” – come si sarebbe detto una volta – insomma a quanti aspirano ad essere eletti nei consigli dei comuni della provincia, o come si dice oggi dell’”ente amministrativo di secondo livello”, e cioè, escludendo Viterbo, a Barbarano, Capodimonte, Capranica, Castel Sant’Elia, Latera, Montalto e Ronciglione andrà meglio. Concorrono in 205 ed il 37% di loro ce la farà. Diverso, invece, nel capoluogo dove dei 724 in lizza (o lista, fate voi) solo 32 arriveranno a palazzo, quattro per ogni cento.
Renzo Trappolini
Però, quando uno decide di esibirsi ballando balla convinto di far tip tap come Fred Astaire e Ginger Rogers e – trattandosi di arrivare alle stanze del potere (o dei bottoni: quelli che, una volta entratoci, il vecchio socialista Pietro Nenni cercò senza trovarli) – si sente come i soldati di Napoleone: ognuno con nello zaino l’agognato bastone di maresciallo di Francia.
Perciò, parlerà a raffica di bene collettivo, cambiamento, rilancio, perfino rivoluzione, di bellezza dappertutto e pure di cose più ardue come le strade pulite e senza buche, l’erba sfalciata a tempo debito, divieto di cinghiali e topi, le scuole con i tetti che non grondano quando piove, il passaggio a livello di Porta Fiorentina e quello di Bagnaia, l’illuminazione pubblica, il traffico, le file all’anagrafe, vigili e impiegati comunali felici e lesti. E poi di solidarietà, ambiente e festival culturali, università officina di idee e progetti per la città che la ospita, terme, turismo, trasversale, Cassia più larga come vagheggiava Spadolini per il Tevere, ferrovie ed alta velocità. Chissà, qualche temerario anche di aeroporto. Con spargimento ovunque di speranza e fede nei fondi del Pnrr, in quelli della regione e dei ministri che verranno a prometterli.
Un’armata di quasi mille persone per ripetere quel che si è detto ad ogni elezione. Se ciascun candidato ha intenzione di chiedere il voto a tutti, rischieranno il tilt i telefoni, ci saranno saluti e sorrisi a più non posso, riscoperte di improbabili parentele, comparanze d’annata e, in mancanza, proclamate amicizie illimitate. Un quasi stalking di affetti e pacche (decidete voi dove) con incorporato kit di promesse (non credetele però voto di scambio), aperitivi, pranzi, cene, merende e caffè offerti, pagati e perfino “sospesi”, come a Napoli.
Poi, i conti previsionali dei voti sicuri, dei contrari e degli incerti, con l’incubo della regola della metà della metà, come santità e felicità. Destinata, quest’ultima, a scomparire nella notte dei foglietti con i risultati annotatati dagli amici vigilanti lo spoglio ai seggi. Più o meno intorno alle 11 o mezzanotte del 13 giugno, festa del sant’Antonio da Padova ormai in procinto di andarsene e quindi senza il tempo per miracoli di moltiplicazioni elettorali.
Sarà a un mese dal deposito delle liste, dopo trenta giorni anche di adulazioni, che sono una sorta di investimenti diversificati di certi elettori, e di illusioni per gli inguaribili dall’ambizione politica.
Percy Bisshe Shellei, poeta inglese del ‘700, romantico, pacifista e vegetariano, morto giovane in Italia, si consolava osservando che “tra gli ammessi alla gara politica, sono così tanti gli esclusi che, tra i pochi entrati, sarebbe poi difficile trovarne qualcuno che sia del tutto negato”.
Costui – esperienza insegna – prima si chiederà come ha fatto a entrare a palazzo e, dopo, passerà a chiedersi come hanno fatto a entraci tutti gli altri.
Renzo Trappolini
